Dall’apocalisse all’integrazione. Un libro di Miguel Gotor e la fine ingloriosa di un pezzo della mia generazione.

In questi brani tratti dal libro “il memoriale della Repubblica” di Miguel Gotor ho trovato quello che da tempo andavo cercando, che era dentro di me e non riuscivo compiutamente ad esprimere. Sono brani in cui si parla della mia generazione o meglio di una parte di essa che, negli anni 70, fu protagonista di fatti orrendi e che poi rifluì prima nel disincanto e poi nell’integrazione.

Io ho una storia diversa, non vengo da una famiglia borghese, i miei genitori sono emigrati a Roma negli anni 50, sono sempre stato dall’età di 16 anni un aderente al Partito Comunista Italiano, poi al Partito Democratico della Sinistra, poi ai Democratici di Sinistra ed oggi al Partito Democratico. Mai ho avuto derive estremistiche e gruppettistiche varie anche se con i compagni della FGCI andavamo spesso ai collettivi aperti di Lotta continua perché in Lotta continua c’erano delle ragazze bellissime.

Ho combattuto negli anni settanta (odiandoli profondamente) quei miei coetanei che hanno insanguinato il paese ma anche quelli che formavano l’area della contiguità gruppettara, quelli che nei cortei urlavano contro noi comunisti riformatori che credevamo nella Democrazia lenta e noiosa (come la definisce Gotor).

Li ho combattuti non solo politicamente ma, insieme a tanti altri compagni e sotto la guida nazionale di Ugo Pecchioli, anche dal punto di vista logistico.

L’affresco che Miguel Gotor ne fa mi restituisce le motivazioni di quell’odio e spiega il percorso di molti di quei gruppettari oggi saldamente insediati nei centri di potere politici, editoriali, giornalistici, finanziari (e sarebbe facile fare i nomi).

Uno solo di loro sta pagando, forse innocente (parlo di Adriano Sofri) vittima a mio avviso della vendetta di classe di un proletario che gli faceva da autista e che forse si è venduto ai carabinieri dopo aver visto il suo idolo di un tempo rientrare nella sua classe di origine alla corte del rampantismo martelliano.

MA FACCIAMO PARLARE GOTOR CHE USA PAROLE FICCANTI E CONVINCENTI.

Gruppo Metropoli, Prima linea e quant’altro: il concetto di “Partito armato” si viene configurando meglio nei suoi meccanismi di funzionamento e intrecci trasversali che, dopo la sconfitta, furono radicalmente negati al fine di far prevalere – come avrebbe giustamente notato Enrico Fenzi – l’idea di rifare la storia della sinistra extraparlamentare senza le BR.

Da questo atteggiamento culturale e ideologico sarebbe scaturita anche la mistica dell’autosufficienza brigatista, un risarcimento offerto ai vinti come premio di consolazione.

Intanto le altre componenti del “partito armato” avrebbero reagito alla sconfitta, elaborando una contrapposizone teorica postuma e fittizia tra i corpi “visibili” cattivi – BR e Stato – dediti rispettivamente alla lotta armata ed alla sua repressione e i cosiddetti “invisibili”: i giovani buoni, innocenti e libertari del movimento del 1977, i quali sarebbero rimasti schiacciati da uno scontro tra apparati contrapposti che non li avrebbe minimamente riguardati.

UNA BELLA FAVOLA, BUONA PER ADDORMENTARSI NEGLI ANNI OTTANTA SENZA TROPPI RIMORSI, PER POI RISVEGLIARSI, NEL DECENNIO SUCCESSIVO, IMPROVVISAMENTE DALL’ALTRA PARTE:

INDIFFERENTI, QUALUNQUISTI, INQUIETI, ANNOIATI, DI DESTRA O, AL MASSIMO, ECOLOGISTI, GRAN GOURMET DELLO SLOW FOOD, PENSIONATI BABY DA DICIANNOVE ANNI, SEI MESI ED UN GORNO E POI LAVORATORI IN NERO (ANTIQUARI, LIBRAI, PICCOLI EDITORI, COMMERCIANTI DI TESSUTI INDIANI E BONGHI AFRICANI, GESTORI DI VINERIE E RISTORANTINI CON LE TORTE FATTE INCASA) COMEUNQUE ANCORA E SEMPRE CONTRO, ANTIPARTITICI ED ANTIPOLITICI.

Come se nulla fosse mai accaduto e si fosse trattato solo di un lungo sogno in cui la nostalgia e la tenerezza per la giovinezza perduta avessero progressivamente preso il sopravvento sui cattivi ricordi, quelli spari alla cieca nascosti nel gruppo quando la celere caricava, gli assalti alle armerie, le auto bruciate, l’ammirazione sincera ed appassionata per le gesta delle BR, la mancanza di coraggio nel seguirle, quella sprangata di troppo, un pò per odio contro il fascista un po’ per emendare la propria paura di andare sino in fondo e per davvero.

DA APOCALITTICI AD INTEGRATI, NEL CORSO DI UNA LUNGA NOTTE, MA SEMPRE ARRABBIATI ED INSODDISFATTI, ALLA PERENNE RICERCA DI QUALCOSA, FORSE DELL’ANTICO BRIVIDO RIMOSSO O DEL FASTIDIO PER QUESTA DEMOCRAZIA PARLAMENTARE CON I SUOI GIOCHI DI “PALAZZO”.

QUESTA NOIOSA, BUROCRATICA, LENTA DEMOCRAZIA CHE NON RIUSCIVA PROPRIO A STARE AL PASSO CON I SUSSULTI NARCISISTICI ED IL SOGGETTIVISMO CONSUMATORE DI OGNUNO.

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Sul piano storico non bisogna personalizzare, specialmente se si tratta di una questione di dimensione e carattere generazionali.

La cosiddetta area di contiguità fu una esperienza politica, culturale e socialeconcreta che indusse esponenti dell’establishment progressista a relazionarsi con la realtà brigatista di cui era apprezzato il nucleo rivoluzionario.

Pezzi di aristocarazia decaduta che nell’incontro col guerrigliero ricavavano emozioni forti ed estreme all’altezza di un potere e di un passato ormai irrimediabilmente consunto tra le noie e gli intralci della democrazia rappresentativa; intellettualmente di estrazione familiare borghese colpiti dall’incipiente ed improvvisa proletarizzazione del proprio ruolo sociale, atteso in eredità come un cimelio di famiglia; l’avo senatore delregno, il nonno accademico d’Italia, il papà grande cattedratico, mentre loro, all’improvviso, erano costretti a farsi largo nella vita a forza di gomitate dentro una università diventata, da un giorno all’altro, per responsabilità dei governi di centrosinistra guidati da Aldo Moro che avevano liberalizzato gli accessi di massa, ossia democratica per davvero; piccoli borghesi sciamati come tante voraci cavallette dalla provincia italiana nelle metropoli per misurare i loro talenti con la sfida e le promesse dell’industrializzazione, ma rapidamente frustrati dall’inaspettato precariato del proprio posizionamento sociale che non aveva saputo esaudire le migliori aspettative di ognuno.

ERA QUESTA LA STORIA SOCIALE DI TANTI, LA PSICOLOGIA GENERAZIONALE CHE LI PREDISPONEVA A GUARDARE CON SIMPATIA ALLE BRIGATE ROSSE, TRADITI DALLA SCOMMESSA PERDUTA DI UN RIFORMISMO DIFFICILE, ATTRATTI DALLA SOVVERSIONE RADICALE E VIOLENTA, UNA PROSPETTIVA INDEFINITA MA CHE GLI SI PARAVA DAVANTI CON LE SUE SPERANZE E PROPRIO PER QUESTA RAGIONE PREFERIBILE RISPETTO AI CORIANDOLI DI UNA REALTA’ QUOTIDIANA RIVELATASI IMPROVVISAMENTE GRIGIA E SENZA FUTURO.

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MOLTI DEI VENTENNI DI ALLORA SAREBBERO INVECCHIATI BENE, smorzando quel fuoco che gli era bruciato dentro in tanti sigari spenti all’angolo della bocca: autonomi dalla politica dei partiti e delle caste – proprio come negli anni Settanta – ma non dal potere, senza mai perdere il gusto innato per il cameratismo, la faziosità la militanza, tutti travestiti con l’abito di una saggezza ancora e sempre miracolosamente imberbe.

IN FONDO SAREBBE STATO SUFFICIENTE PASSARE DALLA RIVOLUZIONE ALLA RESTAURAZIONE SENZA COLPO FERIRE: IL RAPPORTO TRA POLITICA E RIVOLUZIONE SI PENSA UNA VOLTA SOLA NELLA VITA E PUO’ BASTARE.

MA CIO’ CHE RIMANE A QUESTI SOPRAVVIVENTI E’ IL CINISMO VIRTUOSO, IL GUSTO ESIBITO PER IL DISINCANTO, LA PASSIONE GODURIOSA PER IL TATTICISMO SENZA PROGETTO.

Bisogna però riconoscere che una simile EVOLUZIONE ANTROPOLOGICA E CIVILE, prima che culturale e politica, è stata anche il prodotto di una intelligenza precoce, ossia di una capacità di capire anzitempo il mutare dell’orizzonte del mondo, la coincidenza tra la propria crisi interiore, una giovinezza che fuggiva via e l’avvio di una delle PIU’ POTENTI RISTRUTTURAZIONI DEL SISTEMA CAPITALISTICO DELLA STORIA.

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Quel processo, perspicacemente intuito e in fondo agognato, sarebbe arrivato anche per loro, ma avrebbe coinciso con una POTENTE RIORGANIZZAZIONE NEOLIBERISTA: chi lo aveva saputo prevedere si posizionò in prima fila ad aspettare l’onda per provare a cavalcarla verso nuovi approdi con la speranza di dimenticare il proprio giovanile tramonto, il dramma di essere arrivati fuori tempo con l’appuntamento con la storia, quello con la rivoluzione.

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Su Metropoli le “riflessioni negavano il sistema dei partiti e l’autonomia della politica in nome di una prospettiva rivoluzionaria che, una volta venuta meno, avrebbe rivelato tutta intera la SUA SUBALTERNITA’ CULTURALE alle dinamiche del potere che si sarebbe voluto abbattere, in particolare finanziario, pubblicitario, giornalistico ed editoriale, gli ambiti di impegno prevalenti che accompagnarono la fuoriuscita di una parte significativa di quella generazione dallae secche di questa storia.

Sul piano degli stili di vita e dei rapporti personali si assistette ad una RAPIDA RICONCILIAZIONE CON LA CLASSE SOCIALE DI PROVENIENZA, e gli operai delle fabbriche sparirono da un momento all’altro dal cuore degli interessi di un mondo giovanile e studentesco cresciuto combattendo al loro fianco in nome dell’operaismo.

Ed un giorno, con una punta di compiacimento intimo, tutti ma proprio tutti avrebbero cominciato a cantare in coro che quegli operai erano “scomparsi” o “diventati della Lega”: “après moi, le dèluge”, perché questo è il motto di ogni assolutismo, anche di quello rivoluzionario.

 

Certo non si può generalizzare ma una linea di tendenza deve pur essere tracciata, dal momento che la FORZA DI RISACCA DELL’INTEGRAZIONE tra gli esponenti della borghesia intellettuale e delle professioni italiane fu più potente e spontanea diquanto si potesse prevedere.

Del resto l’ultima pagina di Metropoli, quella di solito dedicata dai giornali alla pubblicità, riportava l’ormai classica immagine in bianco e nero di Karl Marx di John Mayall a cui il disegnatore aveva aggiunto nella mano una sgargiante bottiglia di Coca cola rossa, con tanto di cannuccia ed in alto a sinistra la scritta “di passaggio a San Francisco”.

A QUELLA CANNUCCIA DI LI’ A POCO SI SAREBBERO ABBEVERATI IN TANTI PER VINCERE L’ARSURA DI UNA SCONFITTA EPOCALE.