Colin Crouch. La crisi ed una morte stranamente mancata

Colin Crouch ha iniziato la sua carriera come docente di sociologia alla London School of Economics nel 1969. Ha insegnato presso l’Università di Bath e l’Università di Oxford. È stato professore di Sociologia al dipartimento di scienze politiche dell’Istituto Universitario Europeo di Firenze 1995-2004, infine ha insegnato Governance e Management Pubblico presso l’Università di Warwick Business School fino al 2011

Nel suo ultimo libro “Il potere dei giganti, Perché la crisi non ha sconfitto il neoliberismo”, da cui sono estrapolati i brani che seguono, smaschera la fallacia di uno dei punti della ideologia che ha dominato il mondo negli ultimi 30 anni, laddove si è sostenuto e si sostiene che la cura degli interessi  individuali assicurasse di per sé, senza alcuna necessità di intermediazioni né Statuali né Politiche, il raggiungimento di obiettivi collettivi e generali.

E mentre da un lato si chiede ai governi di “tagliare pesantemente i servizi sociali, i programmi sanitari e di istruzione, i diritti pensionistici e i trasferimenti sociali ai poveri ed ai disoccupati” dall’altro si sostiene (faccia di una stessa medaglia) che per garantire “un benessere collettivo dobbiamo consentire a pochi individui di accumulare una ricchezza ed un potere politico enormi”.

E’ qui il succo di quello che per anni è parso essere il “pensiero unico” e che solo la crisi finanziaria dirompente del 2008 ha iniziato a scalfire.

In questo libro Crouch si sofferma però soprattutto a spiegare e cercare di capire i motivi di quella che lui chiama la “strana” morte mancata del neoliberismo ed afferma che, contrariamente a quella che è la fuffa ideologica il neoliberismo realmente esistente “non è favorevole come dice di essere alla libertà dei mercati” e “promuove il predominio delle imprese giganti nell’ambito della vita pubblica”, sistema di imprese globali che vanno oltre lo Stato ma vanno anche oltre il Mercato e se ne infischiano sia dell’uno che dell’altro.

1) La trappola del neoliberismo

Le teorie storiche del mercato avevano sempre attribuito al mercato stesso il ruolo di far sì che il perseguimento degli interessi  individuali assicurasse il raggiungimento di obiettivi collettivi e generali.

Le cose cambiano allorchè il neoliberismo fu asservito agli umori edonistici delle classi opulente degli anni Ottanta e Novanta.

Il rapporto tra privato e collettivo si è manifestato nella forma paradossale di un legame tra irresponsabilità delle banche e benessere  generale (una sorta di economia keynesiana privatizzata).

Il neoliberismo (già compromesso dalla compiacenza della Scuola di Chicago verso le concentrazioni di ricchezza nelle grandi aziende che dominano i mercati, e ulteriormente squalificato per avere creato, attraverso le deregulation bancaria, mercati che prosperano sulla inadeguatezza delle informazioni) ci ha condotto in una trappola: per garantirci un benessere collettivo dobbiamo consentire a pochi individui di accumulare una ricchezza ed un potere politico enormi.

La sostanza di questa trappola si riassume perfettamente in ciò che sta accadendo al welfare.

I governi devono tagliare pesantemente i servizi sociali, i programmi sanitari e di istruzione, i diritti pensionistici e i trasferimenti sociali ai poveri ed ai disoccupati.

Devono farlo per placare le ansie dei mercati finanziari sull’entità del debito pubblico; e coloro che operano su quei mercati sono gli stessi che hanno guadagnato dai salvataggi bancari ed hanno già ricominciato a concedersi generosi bonus, “guadagnati” solo grazie al fatto che le loro operazioni sono assicurate contro i rischi dalla spesa pubblica che ha prodotto il debito pubblico.

2) I vantaggi acquisiti dalle elite politiche ed economiche

Le elite politiche ed economiche hanno tratto enormi vantaggi dalle dispartità di ricchezza e potere create dal sistema dopo la fine dell’epoca socialdemocratica imperniata su imposte fortemente redistributive, sindacati forti e regolamentazione pubblica.

Questa caratteristiche erano state tollerate finchè erano parse necessarie per sostenere i consumi di massa e per evitare che i lavoratori dell’industria aderissero al comunismo.

Ma quest’ultimo, per fortuna, è finito per sempre, e la possibilità di consumi di massa basati, attraverso i mercati finanziari, su un massiccio indebitamente privato ha significato ingenti ricchezze per alcuni, che perciò rimarranno tenacemente attaccati al modello basato sulla finanza.

3) Il collegamento degli interessi individuali e collettivi di tutti alle disparità dei mercati finanziari.

Il sistema capitalista democratico aveva smesso di dipendere dagli alti salari, dal welfare state e  dalla gestione pubblica della domanda, fino allora ritenuta essenziale per la fiducia dei consumatori.

La prosperità cessò di fondarsi sulla formula socialdemocratica del sostegno pubblico alle classi lavoratrici per adottare la formula conservatrice neoliberista basata su banche borse e mercati finanziari.

Anche la gente comune fece la sua parte: non nel ruolo di lavoratori che per migliorare la propria condizione facevano affidamento su sindacati, leggi di tutela e piani di previdenza sociale finanziati dallo Stato, ma in veste di debitori sul mercato del credito.

QUESTO MUTAMENTO POLITICO DI FONDO FU PIU’ PROFONDO DI QUALUNQUE ALTRA NOVITA’ PRODOTTA DALL’ALTERNARSI AL GOVERNO DI PARTITI SOCIALDEMOCRATICI O CONSERVATORI NEO-LIBERISTI IN BASE A RISULTATI ELETTORALI E PROVOCO’ UN MARCATO SPOSTAMENTO A DESTRA DI TUTTO LO SPETTRO POLITICO, COLLEGANDO GLI INTERESSI COLLETTIVI I INDIVIDUALI DI TUTTI AI MERCATI FINANZIARI CHE NEL LORO OPERARE PRODUCONO FORTI DISPARITA’ E DANNO VITA A GRANDI CONCENTRAZIONI DI RICCHEZZA.

4) Il tallone di Achile del neoliberismo

Dietro la crisi finanziaria possiamo riconoscere alcuni fallimenti del mercato come le insufficienze del prezzo o la mancanza di informazione.

Le transazioni rapidissime sui mercati secondari sganciarono i prezzi dei beni dalla combinazione di terra, lavoro e capitale che è l’autentico “patrimonio” di impresa.

Se in linea di principio le quotazioni del titolo riflettono le prospettive di mercato dell’impresa, fornendo informazioni importanti e precise su di essa, la dilatazione dei mercati secondari delle azioni finì per distorcere quel rapporto.

 Gli imprenditori finanziari e le aziende di revisione contabile svilupparono forme di sapere – riguardo al prezzo di pacchetti di titoli che non dovevano essere analizzati nei loro contenuti – che portarono a decisioni autodistruttive.

Sta qui il tallone di Achille di questo modello, come l’inflazione lo era stato per l’originario modello keynesiano.

Non sorprende che al momento del crollo dei mercati secondari nessuno avesse un’idea precisa di quanto denaro fosse stato perso, né di dove fosse finito.

Se l’unica informazione importante è totalmente autoreferenziale e non può essere convalidata se non da se stessa, essa non può svolgere il ruolo che il mercatori chiede.

Ma per anni ed anni nessuno che avesse potere nel (o sul) sistema se ne era minimante preoccupato, nonostante il chiaro campanello d’allarme risuonato poco tempo prima (alla fine degli anni 90) con lo scoppio della bolla della new economy.

Anche in quel caso i valori si erano basati su una infinita serie di previsioni a ritroso, perdendo via via qualsiasi contatto con i prodotti effettivi delle imprese operanti attraverso internet.

I più entusiastici fautori di quel sistema pensavano di aver scoperto il Santo Graal delle quotazioni di borsa che non scendono mai: le leggi ferree della domanda e dell’offerta sembravano essere violate impunemente.

5) La reiterazione dei comportamenti precrisi.

NESSUNA DELLE LEZIONI CHE SI POTEVANO TRARRE DA QUESTA ESPERIENZA PARVE ISPIRARE NUOVI COMPORTAMENTI AL SISTEMA FINANZIARIO, NEI POCHI ANNI TRASCORSI TRA QUESTE DUE CRISI COSI’ SIMILI TRA DI LORO.

Il “keynesismo privatizzato”, assurto a modello fondamentale per l’economia generale, si è trasformato in una sorta di strano bene collettivo, pur basato sulle azioni dei privati.

Esso presupponeva un comportamento delle banche che non può essere definito che irresponsabile e si è tradotto nell’omissione id verifiche e prassi contabili che in linea di principio toccavano alle banche stesse: ma con il denaro irreale che esso generava milioni di persone hanno potuto acquistare beni e servizi reali.

Perciò quella stessa irresponsabilità si è trasformata in un bene collettivo.

Si è  molto discusso dei gravi azzardi morali insiti nel fatto che di fronte alle conseguenze di quell’irresponsabilità di governo si siano affrettati a soccorrere le banche: ma un azzardo morale ben più grave sta nella complicità di intere società coinvolte in quelle prassi irresponsbaili.

6) La strana morte mancata del neoliberismo.

Ci troviamo così oggi a dover spiegare la “strana” morte mancata del neoliberismo. Al cuore dell’enigma c’è il fatto che il neoliberismo realmente esistente, a differenza di quello ideologico puro, non è favorevole come dice di essere alla libertà dei mercati. Esso, al contrario, promuove il predominio delle imprese giganti nell’ambito delle vita pubblica. La contrapposizione tra Stato e mercato, che in molte società sembra essere il tema di fondo del conflitto politico, occulta l’esistenza di questa terza forza, più potente delle altre due e capace di modificarne il funzionamento. Agli inizi del ventunesimo secolo la politica, proseguendo una tendenza iniziata già nel Novecento e accentuata anziché attenuata dalla crisi, non è affatto imperniata sullo scontro tra questi tre soggetti, ma piuttosto su una serie di confortevoli accomodamenti tra di loro.