Nostalgie del bel tempo che fu…

Bonanni giudica il piano per il rilancio dell’economia presentato dalla CGIL degno dei vecchi piani quinquennali dell’URSS. In effetti, stavolta il baffuto sindacalista della CISL non ha mica tutti i torti. In quello che la CGIL chiama infatti “il Piano lavoro” sembra di rivedere diagnosi e proposte tipiche degli anni settanta e ottanta, quando il pentapartito cercava di risolvere la piaga della disoccupazione assumendo nelle imprese pubbliche e nell’amministrazione pubblica. Un’epoca, quella, meravigliosa, che ci vedeva tutti in marcia verso il sol dell’avvenire. Una cetta sinistra ne ha ancora nostalgia  e ne è un esempio, appunto, questo “piano per il lavoro” della CGIL,  col suo concorsone straordinario per assumere 180 mila giovani nell’apparato statale, come se questo non fosse già abbastanza ipertrofico. Roba da Democrazia Cristiana!

I soldi per realizzare questa idea geniale sarebbero ricavati dalla mitica riduzione dei costi della politica e degli sprechi, ma soprattutto da una bella sventagliata di tasse, a cominciare da un nuova imposta sulle “Grandi Ricchezze” che dovrebbe portare 24 miliardi, giusto quanto l’IMU che andrebbe a sostituire.

La domanda è semplcie: come diavolo è possibile che, ancora una volta, si pensi all’impiego pubblico come ammortizzatore sociale? Come motore della ripresa, oltre che come serbatoio di consensi elettorali? Il modello siciliano ha fatto scuola.

Ora, se la proposta l’avesse fatta un Diliberto, vabbè, uno gliel’avrebbe pure passata, non fosse che per un moto di compassionevole simpatia verso uno che vive di ricordi. Ma che sia il più grande sindacato italiano a pensare seriamente di affrontare la crisi con un incremento “strutturale” della spesa pubblica e delle tasse pari al 3/4% del PIL mi sembra davvero una grande sciocchezza.

Che una redistribuzione del reddito sia necessaria e possibile attraverso lo strumento della fiscalità è una cosa ragionevole e sulla quale molti economisti sono d’accordo, pur invitando a non appesantire ancora di più le imprese, che anzi vanno alleggerite. Ed è pure pacifico che un ruolo importante nella ripresa debba giocarlo lo Stato, sia che si parteggi per un approccio keynesiano, sia che si guardi ad un approccio come quello dell’Economia Sociale di Mercato, cui si ispira Monti.

L’intervento mirato nel Mercato di uno Stato più efficiente, più leggero e meno sprecone su alcuni grandi settori della vita economica e pubblica è ciò che di fatto lega tra loro le diverse prospettive, e tale legame sarà la base comune su cui Sinistra e Centro potranno, anzi, dovranno incontrarsi per dare un governo stabile all’Italia e rilanciarne la crescita: investimenti pubblici (a partire da scuola e formazione, ricerca, messa in sicurezza del territorio e green economy ); modernizzazione della burocrazia, inclusa la riforma della processo; riduzione degli sprechi, delle ruberie e dello strapotere della classe della casta politica; lotta senza quartiere all’evasione fiscale, ecc.

Le idee che circolano per uscire dalla palude sono per lo più obbligate ma la loro applicazione non sarà semplice. Il futuro perciò è incerto e la strada tortuosa. Certo, soluzioni semplicistiche e demagogiche (come quelle che vuol continuare a venderci Berlusconi) sono inutili, come inutili e dannose sono le urla dei cultori delle prospettive più radicali o nostalgiche. Quello di non riuscire a imparare dall’esperienza sembra un difetto cognitivo grave, e purtroppo la sinistra ne soffre acutamente. Anche se dire che aumentare ancora  la spesa pubblica è la soluzione – e non il problema – sembra tutto sommato più una battuta che un’idea, più o meno demenziale.

Dal più grande sindacato italiano ci si poteva forse aspettare qualcosa di meglio, di più moderno.