La sopensione dell’IMU serve a poco

Letta ha cancellato gli stipendi dei ministri già retribuiti come “onorevoli”. Ma il passo decisivo deve essere un altro. Lo ha scritto Filippo Taddei: “Nessuno nella pubblica amministrazione può guadagnare più dei 239.182 euro di Giorgio Napolitano, anche cumulando diversi incarichi“. Insomma tagliando la spesa per gli organi esecutivi, legislativi e affari esteri si risparmiano 15 miliardi… altro che IMU.

Filippo Taddei è un macroeconomista e insegna alla School of Advanced International Studies di The Johns Hopkins University. Ha scritto vari articoli, sull’IMU e su come reperire risorse per far ripartire il Paese, insieme a Pippo Civati. Ho raccolto da Linkiesta e da Europa alcuni stralci e li ripropongo di seguito. Tutti i ragionamenti di Taddei e Civati partono da questa considerazione: “Ad oggi l’IMU sulla prima casa è sospesa, non abolita. Certo, la promessa finale è che ci sarà l’abolizione, ma la sospensione di una tassa non ha alcun effetto sui consumi se gli individui non sono convinti che la sospensione diventi una abolizione. Fra l’altro, se anche fossero certi dell’abolizione, non è affatto detto che cambino i propri consumi: comprendendo la gravità della crisi e la difficoltà del governo a tagliare la spesa improduttiva, i cittadini possono pensare di risparmiare il taglio della tasse per far fronte all’inevitabile crescita delle tasse future. Questa non è altro che l’ennesimo esempio di un principio noto in economia come equivalenza ricardiana. Il presidente Bush nel 2001 fu il primo a scontrarsi contro questo principio”.

Secondo l’Ocse, il nostro paese tassa il reddito individuale più di Gran Bretagna, Austria, Germania, Stati Uniti, Francia e Spagna. Per rendersi conto della stortura nell’attuale sistema fiscale italiano, un cittadino che guadagna 30mila euro lordi all’anno deve rinunciare a circa 70 euro per ogni 100 euro in più che il suo datore di lavoro decide di spendere su di lui. Tutto questo non ha senso e non è certo la patrimonializzazione del fisco con l’introduzione dell’Imu ad aver peggiorato questo stato di fatto. Ad oggi, anche con l’Imu, il gettito di questa imposta è meno della metà della Francia e un terzo della Gran Bretagna. Non possiamo tenere in piedi un sistema fiscale così penalizzante del lavoro e un apparato dello stato che, nel suo cuore, costa un punto di pil in più della Gran Bretagna.

Mentre il livello della spesa pubblica italiana è comparabile alla Germania, la sua allocazione lascia piuttosto a desiderare. In particolare, una delle principali storture risiede nella spesa per gli organi esecutivi, legislativi e affari esteri che, nel 2010 secondo Eurostat, era in Italia di un punto di pil più alta della Gran Bretagna, dello 0,7 per cento più alta della Germania e dello 0,8 per cento maggiore rispetto alla Spagna. Non c’è ragione di pensare che oggi queste differenze siano scomparse. E un punto di Pil, ricordiamocelo, vale 15 miliardi.