LA POLITICA SI FA SPETTACOLO. “LA FINE DELLA STORIA” E “THERE IS NOT ALTERNATIVE”

In autunno,  forse, si svolgerà il Congresso del Partito Democratico. A me, fondatore e militante del PD, in questa fase non interessano molto i nomi e le epopee che si scrivono su quelli che ad oggi sono in campo (anche se ho le mie preferenze e ad esempio non vedrei bene un Renzi come segretario del mio Partito). Vorrei discutere di idee e di visioni. E vorrei sapere innanzitutto qual’è l’opinione dei candidati su cio’ che è accaduto in Italia e nel Mondo negli ultimi 30 anni. 

E vorrei sapere soprattutto la loro opinione su quella che è stata la quarta rivoluzione del 900, come la classifica Carlo Galli in un suo bellissimo libro (quarta dopo quella comunista, quella nazifascista, quella keynesiana-socialdemocratica) e cioè la rivoluzione neoliberista.

La mia è una domanda dirimente.

Dalla risposta alla quale poi discendono idee, programmi, visioni, stili di comunicazione, scelte concrete.

In attesa di queste risposte pubblico alcuni brani del succitato libro di Carlo Galli intitolato “Sinistra”, brani che ho estrapolato apportando alcune piccole modifiche per renderle piu’ fluide. I titoletti sono miei.

In questi brani si affronta con estrema chiarezza cosa è stato il neoliberismo, quali le sue contraddizioni, quali i suoi errori.

IL TEMPO EUFORICO DELL’ECCESSO. VITA TRASFORMATA IN COMUNICAZIONE E CONNETTIVITA’.

LA POLITICA SI FA SPETTACOLO. “LA FINE DELLA STORIA” E “THERE IS NOT ALTERNATIVE”

Il neoliberismo non produce ordine politico in senso proprio perchè governa gli esseri umani attraverso flussi di potere contingenti, gestiti di volta in volta da decisioni puntuali, da spot, da immagini (che quando ne hanno la forza diventano miti); flussi di potere mediatico che fanno leva immediatamente sul desiderio, sull’erotizzazione del mondo, sulla sentimentalizzazione della vita, sull’invidia sociale, sullo stimolo acquisitivo, sulla disibinizzazione delle passioni.

Il soggetto individuale non piu’ subordinato a quello collettivo – alla legge morale e politica, allo Stato, al Partito – e neppure salvaguardato grazie alle istituzioni, nella sua identità, è sciolto nel mare del Potere, un mare in cui potere e soggetto coincidono o almeno non si contrappongono e parlano la stessa lingua: la lingua del desiderio e la lingua del marketing.

Questa fuoriuscita dal modello classico obbedienza/disobbedienza, Parte/Tutto, questo immenso dispositivo di controllo e di feedback, è appunto la governamentalità, ovvero la condizione della governance della vita quotidiana dei singoli nell’età del neoliberismo, dell’assunzione della vita degli individui nel flusso del potere (il bio potere).

In questo ambito, dominato dal desiderio, le modeste virtu’ del ceto medio dell’era socialdemocratica – consumatore sì, certamente, ma prima ancora produttore ed anche risparmiatore e comunque sia ancora in grado di attenersi a qualche nesso razionale di condotta – ora non ci sono piu’.

Questo è il tempo euforico dell’eccesso in un mondo in cui tutto sembra possibile.

Il mondo della new economy è il mondo della narrazione, di una comunicazione il cui contenuto è appunto che tutto è possibile. E quindi l’immediatezza è uno dei modi con cui funziona la mediazione, è uno dei racconti della grande narrazione del potere, la materialità e la corporeità sono si portate in primo piano ma altempo stesso sono interamente immerse nella rappresentazione; il concreto è in realtà astratto, narrato e raprpesentato.

E’ questo l’istinto come si presenta nell’era dell’elettronica, è la vita trasformata in comunicazione ed in connettività, in immediatezza orizzontale, in spazio infinito perchè virtuale.

E la politica si fa spettacolo o egemonia carismatica dell’uno o dell’altro narratore; i partiti, in questo contesto, diventano sempre piu’ personali, costruiti intorno ad un leader e la democrazia si trasforma,secondo la definizione di Bernard Manin, nella democrazia del pubblico, cioè nel rapporto immediato con i cittadini divenuti “gente, “utenti” “spettatori”.

Oltre il nazionalismo e doltre la dialettica, quindi, nel regno della narraizone virtuale, nel mondo desostanzializzato della mobilitazione globale, piu’ potente anche di quella mobilitazione totale psico.tecno-meccanica a cui siaffidava il titalitarismo fascista.

Una sorta di populismo dall’alto che sfrutta il disorientamento del ceto medio ed i suoi voti in libera uscita, che non perde tempo ad inveire contro la democrazia ma chiama democrazia lo spot, l’immagine, il simbolo sotto il quale raccogliere una rappresentazione sostanzialmente insensata, nella quale non resta piu’ nulla della centralità dell’individuo.

Vettore di questa trasformazione astratta e virtuale della politica e dell’economia è, insieme alla rappresentazione elettronica, la velocità dei processi (gli spostamenti di capitali sono istantanei, grazie alweb, come delresto lo sono le mobilitazioni rivoluzionarie sutwiter); il che comporta la perdita di rilevanza sia del tempo sia dello spazio sia della profondità storia sia dei confini; ma così oltre che il passato è annullato anche il futuro, il progetto.

Il mondo neoliberista si vuole nell’eterno presente; e non a caso è stato salutato da Francis Fukuyama, in un saggio famoso, come “La fine della storia” .

Siamo al dispiegarsi univoco e incontrastato del presente come mondo unico e come pensiero unico: un mondo che si colloca oltre i processi di trasformazione, nella post storia, in cui il Negativo è scomparso come forza critica e trionfa la positività: cioè una razionalità senza alternative reali, senza dialettica, autocertificata ed elevata a feticcio di se stessa; una razionalità irrazionale, incapace di critica ed autocritica.

Una narrazione di sè a se stessa.

There is no Alternative ero lo slogan della signora Thatcher, con ogni probabilità ci credeva davvero.

SPOSTAMENTO DEFINITIVO DEL POTERE POLITICO DALLA RAPPRESENTANZA AL GOVERNO.

PIU’ POLITICA MA MENO RAPPRESENTANZA.

La politica si è esonerata dal compito di produrre ordine, universalità, uguaglianza e che in un universo segnato dalla presenza invasiva dell’eccezIone puo’ facilmente atteggiarsi secondo il paradigma della decisione.

In questo quadro si comprende bene che il ruolo della politica non è solo quello di farsi il meno invasiva possibile per lasciare spazio alla governance informale gestita dai centri di potere, ma che anzi il neoliberismo deve essere accompagnato da energia politica.

Che non deve pero’ rimanere cristalizzata nelle istituzioni ma deve circolare nel corpo politico: la politica serve ad introdurre conflitto, a riprodurlo, non solo come effetto naturale delle leggi sociali, finalmente libere di esplicare il proprio potenziale come decisione politica, come guerra al terrore, come lotta contro il nemico interno comunista o islamico.

Della logica del neoliberismo non fa parte quindi solo l’autoregolazione, la governance ma anche lo spostamento definitivo del potere politico reale della rappresentanza al governo, dallegislativo all’esecutivo, dalla deliberazione alla decisione.

Nel contesto del neoliberismo la decisione politica non produce istituzioni, ma una sorta di fluidità sincopata; una incertezza politica di secondo grado, che accompagna quella di primo grado, economica.

Il messaggio è: tutto è possibile, o almeno tutto cio’ che è necessario per gestire la società del rischio, lo stato d’eccezione reso ormai quotidiano a nche a costo distrappi costituzionali (di decisioni, appunto).

LA FINE DELLA PARABOLA NEOLIBERISTA

DALL’ECONOMIA DEL DESIDERIO ALL’ECONOMIA DEL DEBITO, DALLA SOCIETA’ DEI PROPRIETARI ALLA SOCIETA’ DEGLI IPOTECATI, DALL’INDIVIDUALISMO POSSESSIVO AL GENERALE SPOSSESSAMENTO.

Dal 2008 in poi, una crisi finanziaria prodaotta dalla crescita esponenziale dei cosiddetti derivati colpisce le banche e da queste viene scaricata sugli Stati, che l’affrontano salvando gli istituti di credito ma producendo effetti negativi sulla eocnomia reale, che rallenta, riprende e torna a rallentare a partire dal 2011; in parallelo si manifesta in area euro una crisi dei debiti sovrani, alimentata sia dalla debolezza dels istema bancario sia dalla incompleta rchitettur della moneta unica, priva di una vera guida politica ed esposta quindi alle scommesse speculative sui differenziali di rendimento (gli spread) che viene affrontata con strumenti deflattivi, con effetti sociali gravissimi e in alcuni casi devastanti.

Dall’economia del desiderio all’economia del debito,, dunque; dalla società dei proprietari alla società degli ipotecati.

Dal dinamismo alla stagnazione, dal processo alla recessione, dalla mobilitazone all’immobilismo, dall’individualismo possessivo al generale spossessamento.

Alla fine della sua parabola la rivoluzione neoliberista ci consegna un mondo senza uiversale, nel quale universale è solo il fatto che i particolari sono esposti al rischio; universale è la loro disuguaglianza, la loro volonta’ di espressione, di lotta e di vitale acquisizione e la loro sconfitta.

GLI ESITI IRRAZIONALI DEL NEOLIBERISMO.

Una società che si fonda sulla mobilitazione e quindi sulla destrutturazione dello Stato (della sua stabilità, della sicuerezza che ne proviene) e che è al tempo stesso paradossalmente la distruzione della Parte, dell’individuo, che dovrebbe essere il centro, l’attore, il promotore.

Il trionfo dell’avidità non è solo potenza ma anche debolezza, non è solo pienezza ma anche vuoto, non è solo ricchezza ma anche soprattutto debito, non è esplosione di desiderio e di Vita ma precarizzazione e mortificazione della vita.

La società del rischio distrugge il Tutto razionale e formale (lo Stato, la Politica, il Logos) e al tempo stesso mette a repentaglio la Parte (l’Individuo ed il Soggetto) attraverso l’espropriazione dei mondi vitali in una economia politica che sottomette tutta la vita al valore, al profitto e che la espelle al contempo come priva divalore.

E’ nella società del rischio che si realizzano inversioni come quella che vede la democrazia funzionare sistematicamente attraverso “provvedimenti fortemente impopolari” e le riforme trasformarsi solo in “tagli” alla spesa pubblica.

E’ la società del rischio che risulta in realtà una società sconnessa, frammentata e divisa, ferocemente polarizzata tra ricchi e poveri, in cui il rischio è per i pochissimi la certezza del profitto e per i moltissimi la certezza della precarietà; in cui la libera manifestazione concorrenziale di talenti e meriti si rovescia in gerarchie sociali cogenti e inesorabili piu’ di quelle premoderne.

Nella sua complessa e paradossale ritrascizione del rapporto Parti/Tutto il neoliberismo ha esiti irrazionali: è l’inconsapevole realizzazione del pensiero negativo con altri mezzi.