Six memos per il partito a venire…

La premessa

Italo Calvino lavorò sulle Lezioni Americane (Six Memos for the Next Millenium) tra il 1984 e il 1985, ovvero fino a poco prima della morte. Le sei lezioni, destinate alle Norton Lectures, presso l’università di Harvard, sono dedicate ad “alcuni valori o qualità o specificità della letteratura”.

Calvino era uno scrittore interessato, prima di ogni altra cosa, alla “letteratura”. Tuttavia la potenza visionaria delle Lezioni Americane sconfina dagli ambiti prettamente letterari. Insomma ci sta stretta. La scrittura, quando riesce a scavare in profondità, trascende la finzione e scorre come la “vita”.

La rilettura delle Lezioni Americane mi ha suggerito una interpretazione, per così dire, “politica”, utile a riflettere sul futuro della sinistra in Italia. Ovviamente l’interpretazione è solo mia e me ne assumo interamente la responsabilità.

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Nel magma della globalizzazione

Il mondo cambia sempre più rapidamente, lasciando la sensazione che il cambiamento sia “naturale”, addirittura indispensabile.
Ma questo è solo ciò che appare. In verità molti cambiamenti continuano ad essere provocati dalla voracità insaziabile del sistema di produzione delle merci che caratterizza la storia umana da oltre due secoli.
Il capitalismo si espande divorando la vita degli abitanti del pianeta ed asservendo la natura dei viventi all’unica legge che riconosce come eterna ed immutabile. La legge del profitto.
Il sistema di produzione delle merci si è destrutturato e delocalizzato, ovvero globalizzato.
La globalizzazione ha aumentato l’insicurezza, l’incertezza e le paure, poiché ha fatto nascere problemi che, scaricati sulla dimensione locale (comuni, province, regioni, stati), risultano incombenti ed irrisolvibili.

L’inquinamento atmosferico, la carenza di acqua, le migrazioni, il traffico di droga e di armi, il terrorismo, la criminalità, il flusso dei capitali, le speculazioni finanziarie, l’instabilità delle borse, la flessibilità dei mercati del lavoro, l’aumento dei prezzi e così via nascono nello “spazio globale”, ma ad essere investiti del compito di gestirne gli effetti negli spazi locali sono i livelli politici locali. Un compito arduo, per non dire impossibile.

Inoltre, l’introduzione di segmenti sempre più consistenti di innovazione tecnologica ha accelerato la capacità produttiva ed ha introdotto merci che “durano” sempre meno, perché rapidamente “sostituite” da merci analoghe, ma con contenuti innovativi superiori. Accade così che dopo aver acquistato un telefonino di ultima generazione ci ritroviamo in tasca, poco tempo dopo, un oggetto obsoleto, surclassato nel suo valore d’uso da un oggetto sostanzialmente analogo, ma appartenente ad una generazione successiva. Un nuovo feticcio si aggira nelle vetrine dei negozi: la merce che divora se stessa.

La necessità di vendere in continuazione grandi quantità di merci dal valore d’uso velocemente deperibile nel tempo ha spinto i “produttori” ad utilizzare dosi sempre maggiori di comunicazione. La pubblicità è l’anima del commercio!

Gli effetti della comunicazione, trasparente od occulta che sia, sono stati disastrosi sul senso di consapevolezza degli umani. Il mondo è come un buffet ricolmo di prelibatezze che fanno venire l’acquolina in bocca, ma che lasciano inappagati chi tenta di gustarle.

La società dei consumi per esistere ha bisogno di rendere permanente la non-soddisfazione. L’induzione all’acquisto di merci è il mezzo per garantire al sistema di produzione la capacità di rigenerarsi ed espandersi e la trasformazione degli umani in “consumatori” liberi ma docili, in individui desoggettivati, è divenuta la caratteristica prevalente della nostra epoca.

I non luoghi dell’impegno, ovvero  l’eclissi della politica

“Le società contemporanee – ha scritto il filosofo Giorgio Agamben – si presentano come dei corpi inerti, attraversati da giganteschi processi di desoggettivazione cui non fa riscontro alcuna soggettivazione reale. Di qui l’eclisse della politica, che presupponeva dei soggetti e delle identità reali (il movimento operaio, la borghesia, ecc.)”.

Ma la desoggettivazione diffusa su scala globale non impedisce il diffondersi di anomalie locali. Anzi il venir meno del ruolo della politica locale e l’indebolimento delle istituzioni statali, regionali e comunali determina la nascita di luoghi di aggregazione “altri” rispetto ai territori storici.

Insomma, se pure è vero che la classe degli sfruttati, degli oppressi (almeno alle nostre latitudini) non esiste più, è altrettanto vero che il senso di inquietudine e di insoddisfazione per le condizioni di vita continua a generare una forte richiesta di cambiamento.

Poiché gli aggregatori tradizionali, i partiti storici, sono venuti meno, l’aggregazione si realizza “altrove”, spesso in forme anomale, episodiche e localizzate attorno a situazioni di disagio che diventano impellenti o insostenibili.

Pur non condividendo la visione totalmente liquida proposta da Zygmunt Bauman, considero la sua declinazione del concetto di “non-luogo” (molto diversa da quella di Marc Augé) una buona approssimazione per descrivere le caratteristiche dell’altrove.
Riferendosi ai luoghi ove risiedono  l’ élite globale nella società postmoderna Bauman scrive: “Gli obiettivi ed i punti di condensazione della realtà sono totalmente scevri da qualsiasi associazione con il luogo; il loro potere deduttivo mobilitante risiede proprio in tale non-ubicabilità”.

Così come l’élite globale fluttua nei non luoghi, anche chi vuole “prendersi cura” e “agire” per migliorare la condizione umana di esistenza ha iniziato ad attraversarli ed occuparli.

Da questa prospettiva considero “non luoghi” tutte quelle “zone” non territorialmente definibili, occupate per localizzare un progetto condiviso da chi agisce, non necessariamente contro, ma “altrove” sia rispetto al potere tradizionale, identificabile con lo Stato e le sue istituzioni, sia rispetto ai partiti storici e alle organizzazioni sindacali.

Sono non luoghi i fuochi improvvisi dei movimenti nelle scuole e nelle università, le manifestazioni spontanee dei lavoratori colpiti dalla crisi globale nel loro posto di lavoro, le aggregazioni di cittadini per il diritto alla scuola dei figli o per la tutela di uno spazio verde in un centro urbano, le mobilitazioni non organizzate dai partiti come reazione all’esasperarsi di condizioni locali di esistenza. Ma sono non luoghi anche i blog, i social network, le liste di discussione che continuano a proliferare nella rete internet e le offerte, individuali o collettive, di tempo e di impegno per confortare e soccorrere gli emarginati, gli abbandonati e i sofferenti.

La non ubicabilità, ovvero la mobilità non controllabile ed imprevedibile, di coloro che si aggregano attorno ad un progetto di cambiamento al di fuori delle istituzioni tradizionali e delle organizzazioni storiche della sinistra, pone problematiche relazionali complesse. Il Partito a venire non può non scegliere la strada del confronto e dell’interazione con queste forme “nuove” di reazione alla crisi della socialità e, quindi, della politica. Per questo sono convinto che di fronte alla non ubicabilità territoriale e alla fluttuazione dell’impegno occorra leggerezza. Una forma partito leggera dunque! Scevra di inutili appesantimenti!

1. Leggerezza

Nel magma delle società contemporanee la forma “storica” dei partiti della sinistra è divenuta obsoleta ed inutile.
L’evaporazione della “classe” ha finito per rendere anacronistiche le forme partito fortemente strutturate, nate per essere l’aggregatore di un movimento operaio che non esiste più, relegandole ad una esistenza di forme senza soggetto, a conchiglie vuote abbandonate sulla battigia dalla forza delle maree.
L’idea stessa del “militante” tradizionale, divenuto oggi troppo legato alle dinamiche interne al partito, alle così dette “componenti”, e poco all’articolazione della realtà esterna, appare antistorica. In molti casi la “militanza” è stata sostituita da una affannata ricerca di tesserati, di voti e di spazi da occupare con l’unica finalità di garantirsi “rendite di posizione”.
La leggerezza per me si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso, (…) esiste una leggerezza della pensosità, così come tutti sappiamo che esiste una leggerezza della frivolezza; anzi la leggerezza pensosa può far apparire la frivolezza come pesante e opaca”.
Essere leggeri significa muoversi con accuratezza e decisione, senza appesantimenti inutili. La leggerezza consente di entrare in contatto e di coinvolgere nel movimento complessivo quei segmenti di socialità “dispersi” nella non ubicabilità territoriale e nella fluttuazione dell’impegno. Solo la leggerezza permette di ricostruire la rete della solidarietà tra i cittadini, basata sulla consapevolezza dell’esserci con gli altri e per gli altri

2. Molteplicità

La Molteplicità è un’altra categoria su cui il Partito a venire dovrebbe fondarsi.
Cogliere le molteplici sfumature del mondo non vuol dire perdere il filo, smarrire la direzione, ma prendere atto di vivere in un contesto denso di sfumature.
“Nei testi brevi come in ogni episodio dei romanzi di Gadda, ogni minimo oggetto è visto come il centro d’una rete di relazioni che lo scrittore non sa trattenersi dal seguire, moltiplicando i dettagli in modo che le sue descrizioni e divagazioni diventano infinite. Da qualsiasi punti di partenza il discorso s’allarga a comprendere orizzonti sempre più vasti, e se potesse continuare e svilupparsi in ogni direzione arriverebbe ad abbracciare l’intero universo”.
Molteplicità, nella prospettiva del Partito a venire, vuol dire rinunciare all’idea del centro attorno a cui gravita tutto. Il modello dovrebbe essere quello della rete che si estende ovunque, ovvero quello della moltiplicazione delle centralità. 

3. Esattezza

“Esattezza vuol dire per me soprattutto tre cose: un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato; l’evocazione d’immagini visuali nitide, incisive, memorabili; (…) un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione”.

Il Partito a venire è stato solo abbozzato. Il disegno dell’opera è ancora tutto da definire, le immagini evocate mancano di incisività e di nitidezza, il linguaggio è confuso e incerto. Quello che era restato delle due “tradizioni” politiche maggioritarie, formatesi nell’immediato dopoguerra, la comunista e la cattolica popolare, si è sciolto tentando di rinascere nel Partito Democratico.
Tuttavia la fusione delle culture e delle strutture pre-esistenti non ha dato vita ad un’entità nuova. Si è trattato di un esperimento non riuscito di assimilazione reciproca, piuttosto che della nascita di un soggetto politico con caratteristiche diverse da quelle prevalenti nelle due tradizioni preesistenti. Le criticità non sono state risolte ma solo trasferite in un contenitore più vasto.
Le criticità irrisolte hanno continuato ad alimentare una costante instabilità interna, dando altresì la percezione di una non entità, o meglio di un’entità fluttuante.
Viene da chiedersi se vi sia razionalità nella persistente contraddizione tra le diverse tradizioni, tra modi apparentemente distanti di declinare l’impegno politico, oppure se le cause delle difficoltà siano da ricercare altrove.
Viene da chiedersi, insomma, se le ragioni dell’impasse siano nell’incapacità di andare oltre l’essere stati altro da ciò che si dovrebbe essere ora, oppure se non si debba riscontrare un impoverimento delle coscienze, una perdita di idealità, una resa generalizzata al pragmatismo.

bartleby

4. Rapidità

Nelle società contemporanee tutto scorre velocemente e i cambiamenti si presentano senza farsi annunciare. La velocità con la quale circolano le informazioni ha ridotto sensibilmente la capacità di ascolto e di elaborazione.
Il partito a venire deve essere capace muoversi rapidamente, di modificare gli argomenti senza perdere la visione complessiva del progetto.
“La rapidità dello stile e del pensiero vuol dire soprattutto agilità, mobilità, disinvoltura; tutte qualità che s’accordano con una scrittura pronta alle divagazioni, a saltare da un argomento all’altro, a perdere il filo cento volte e a ritrovarlo dopo cento giravolte”.

5. Visibilità

Quante volte abbiamo avuto la sensazione che il linguaggio della politica sia distante dalla vita? Quante volte abbiamo percepito assenza di pensiero là dove dovrebbe esserci la capacità di pensare il futuro?
“Se ho incluso la Visibilità nel mio elenco di valori da salvare – afferma Calvino – è per avvertire del pericolo che stiamo correndo di perdere una facoltà umana fondamentale: il potere di mettere a fuoco visioni ad occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dalle parole, di pensare per immagini”.
La visibilità, almeno come la intende Calvino, è la capacità di evocare immagini, ovvero di immaginare.
Ma immaginare non vuol dire rifugiarsi nel “sogno”. Il futuro prende forma, giorno dopo giorno, coniugando esteriorità e interiorità, mondo ed io, esperienza e fantasia.
Osservare il mondo, coglierne le vibrazioni positive e le contraddizioni, e al contempo immaginare il futuro. Un futuro migliore del presente che abitiamo. 

6. Coerenza

Dell’ultima lezione, quella dedicata alla Coerenza, è rimasto solo il titolo. Sappiamo che Calvino si sarebbe ispirato al racconto di Herman Melville: Bartleby lo scrivano (invito a leggerselo integralmente: sono solo trenta pagine! Ma sono trenta pagine memorabili!).

Per chi vuole approfondire consiglio il mio Preferirei di no, ovvero: La rivendicazione della politica, Ponte Sisto editore, 2013.

“La nostra tradizione etica ha spesso cercato di aggirare la potenza riducendola nei termini della volontà e della necessità: non quello che puoi, ma quello che vuoi e devi è il suo tema dominante”.

La Coerenza di Bartleby consiste nel rifiutare ciò che gli viene proposto, anche quando sarebbe per lui vantaggioso, con indifferenza e leggerezza. Bartleby tra il devi (l’ordine) e il vuoi (l’invito) sceglie sempre ed ostinatamente il puoi (la potenza). La Coerenza come evocazione della potenza!