Endorsement

Dario Franceschini ha sciolto gli indugi ed ha annunciato che al prossimo congresso del Pd voterà per Matteo Renzi. Lo ha seguito a ruota Beppe Fioroni che ha commentato: “Ormai nel Pd c’è un solo candidato“. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento, molto legato a Enrico Letta, ha così spiazzato l’area bersaniana, della quale – fino a qualche ora fa – veniva considerato  il “migliore” alleato.

La decisione di Dario Franceschini non resterà un gesto isolato. Già dalla fine di giugno Walter Veltroni e Goffredo Bettini si erano pronunciati a favore della candidatura del sindaco di Firenze alla segreteria del Pd. Ho motivo di ritenere che nei prossimi giorni altre “anime” disperse si pronunceranno a favore di Matteo Renzi. Il clima che si respirava ieri pomeriggio a Genova, mentre Mentana intervistava il sindaco, dimostra che il “sospetto” attorno alla sua candidatura sta svanendo. Certo, le ragioni degli endorsement potrebbero essere molteplici.

Quella di “salire sul carro del vincitore” è una pratica antica come il mondo. Nel caso specifico il “vincitore” ancora non c’è, ma – com’è noto – chi si schiera dalla parte “giusta” prima della vittoria può legittimamente ambire ad ottenere maggiori vantaggi. Sarebbe tuttavia riduttivo e ingeneroso liquidare la mossa di Dario Franceschini come un mero tentativo di salvaguardare la propria longevità politica, Forse in parte lo è, ma c’è dell’altro!

Per capire meglio occorre fare un passo indietro. Quello di Bersani è stato l’ultimo tentativo della sinistra “storica” italiana, quella passata dal PCI alla Bolognina, dalla scissione alla ricomposizione, dalle difficoltà dei governi di coalizione guidati da Prodi ai lunghi anni di opposizione, di vincere le elezioni e cambiare l’Italia. Il tentativo non è riuscito e il Pd è arrivato ad un passo dalla deflagrazione.

Dopo le dimissioni del segretario, candidato premier, la “sinistra” del Pd ha creduto che il congresso potesse gestirsi continuando a modificare il regolamento e procrastinando la data della convocazione sempre più il là nel tempo, fino ad arrivare all’ultima settimana di novembre. Nel mentre non è riuscita ad individuare un candidato “credibile” da far scendere in campo. In politica l’eccessivo tatticismo non paga e chi lascia spazi vuoti li perde.

Pippo Civati, commentando l’endorsement nel suo blog ha scritto: “Franceschini e Fioroni più o meno teorizzano che al Congresso del Pd ci sarà un solo candidato. Insomma, si propongono le larghe intese anche nel Pd, non solo per il presente, anche per il futuro. Mi pare un’ottima idea, che mi permetterò di contrastare, fino all’ultimo giorno. Con decisione, passione e orgoglio“.

Pippo Civati si è candidato da tempo per la segreteria. La sua è una battaglia che gli fa onore, anche se non ci vuole molto a capire che. a questo punto, è una battaglia persa. Sperare di contrastare la travolgente capacità mediatica di Matteo Renzi con  la sola forza della passione, con l’entusiasmo e l’impegno di qualche migliaio di sostenitori e i pochi mezzi a disposizione è una illusione. Certo, si può anche scegliere di combattere lo stesso per conquistare uno spazio politico da far valere quando sarà il momento e Civati lo farà. L’importante è esserne consapevoli.

Non so quanto fosse credibile la posizione espressa da Massimo D’Alema, ovvero Matteo Renzi candidato premier quando si tornerà al voto e “qualcun altro” a fare il segretario del Pd. La fragilità dell’idea sta – a mio avviso – nella “debolezza” del candidato segretario proposto e nella premessa che il sindaco di Firenze avrebbe dovuto accettarla per renderla credibile. Ma così non è stato. Gianni Cuperlo è persona per bene, un intellettuale forse poco noto, ma di grandissimo spessore culturale e politico. Nel momento in cui però diventerà l’avversario di Renzi alla segreteria le sue possibilità caleranno esponenzialmente. Potrebbe essere la candidatura attorno alla quale convergeranno bersaniani e dalemiani, ma resterà di minoranza.

Allora i giochi nel Pd sono tutti fatti? L’incognita B., qualsiasi ne sia l’esito, graverà anche sul congresso del Pd. Giorgio Napolitano non vuole le elezioni prima della fine del semestre di presidenza italiana della comunità europea, ma non può convocarlo lui il congresso. Se la situazione dovesse volgere al peggio, ovvero se dovesse aprirsi una crisi, qualcuno potrebbe tentare di spostarne la data ad un non meglio precisato mese del 2014 e prendere tempo. Ma i problemi della “sinistra” del Pd resterebbero comunque aperti e magra sarebbe la consolazione di aver guadagnato qualche mese in più!