Il congresso che verrà

L’Assemblea nazionale del Pd si è conclusa senza alcun accordo definitivo sulle “regole” del congresso.L’iter, ovvero quando celebrare i congressi di circolo, provinciali e l’assise nazionale, è tutto da definire. Al momento solo la data delle primarie sembra certa: l’8 dicembre. I candidati alla segreteria sono quattro, ma non si può escludere la discesa in campo di un quinto “concorrente”. Irrisolta la questione della coincidenza tra candidato premier e segretario di partito.

Il Pd si trova in un momento cruciale della sua esistenza, su questo non c’è alcun dubbio. Il Pd deve cambiare, altrimenti imploderà e si estinguerà. Non si tratta solo di risolvere le contraddizioni tra le diverse anime, del tutto fisiologiche all’interno di un soggetto politico. Non basta più concludere qulla “fusione a freddo” avviata da Walter Veltroni al Lingotto. Non basta perché nel frattempo il Paese è ulteriormente cambiato, perché la crisi economica ne ha indebolito le fondamenta, incrinando la stessa struttura sociale.

La transizione non sarà né rapida, né indolore. In un organismo complesso le resistenze sono inevitabili. In Italia poi la tendenza prevalente è quella di conservare l’esistente. In Italia le generazioni giovani invecchiano senza riuscire a cogliere l’occasione di scendere in campo, di giocarsi almeno un pezzo di partita. In italia i passaggi di consegne sono atti rari. Prevale la tendenza a tenerselo il potere, a rifiutare la necessità di farsi da parte.

Ora però il cambiamento non è più procrastinabile, Tuttavia la contrapposizione tra vecchio e nuovo di cui tanto si parla, cavallo di battaglia di Matteo Renzi, e, se pure con toni diversi, di Pippo Civati, esprime solo una aspetto del problema, anche perché la scelta di un leader “giovane” appare scontata, per non dire inevitabile. Nemmeno eleggere un segretario proveniente dall’area dei nativi, ovvero da quei dirigenti estranei sia alla tradizione del PCI, che a quella della DC, potrà essere decisivo.

La vera questione sul tappeto è un’altra ed è collegata indissolubilmente al destino dell’ultimo partito politico rimasto in Italia dopo tangentopoli e dopo il ventennio berlusconiano. La vera questione è se sia ancora necessario un partito, o se basti scegliere un leader capace di battere le destre e di sbaragliare sul campo l’informe movimento animato da Beppe Grillo.

Per vincere le elezioni basta un leader con capacità mediatiche. Un incantatore di serpenti qualsiasi. Lo ha dimostrato l’indiscusso padrone della destra italica, lo ha dimostrato il comico genovese. I leader sono necessari certo, ma non sufficienti se l’obiettivo è quello di cambiare il Paese. Il decisionismo solitario del leader vittorioso, divenuto capo dell’esecutivo, non potrà mai sostituire la ricchezza di un soggetto politico complesso quale è un partito.

Il leaderismo è figlio della crisi dei partiti e non il contrario. Proprio questo è il punto da tenere presente. L’indebolimento della volontà di partecipare alla cosa pubblica, di dare un contributo soggettivo al bene comune, ha aperto la strada al “ghe pensi mi“. La democrazia svuotata di condivisione ha lasciato proliferare personalismi esasperati e mostruosi. Non si sceglie più il progetto, ma lo slogan e chi lo grida meglio. Così, però, si apre la strada al fallimento dell’idea stessa di Nazione delineata nel patto fondativo, nella Costituzione, perché la via solitaria al cambiamento in una democrazia rappresentativa semplicemente non esiste.

Per questo la vera questione deve essere quella di rifondare un partito dove possa prosperare l’elaborazione, la condivisione e la decisione, un partito strumento della partecipazione attiva dei suoi iscritti, un partito dove le risorse umane, le conoscenze e le esperienze dei singoli possano alimentare la volontà di cambiamento.