“E allora come si può amare la politica?”

670_0_3414155_107365Il 26 settembre del 1990 se ne andava Alberto Moravia… Dieci anni prima, il 1 Aprile 1980 l’avevo intervistato per Lotta Continua insieme ad Antonio Veneziani. Ci aveva accompagnato a casa sua Renzo Paris. Ne venne fuori una lunga intervista sulla “politica”. Moravia ci parlò della “ferocia” degli anni di piombo, della violenza, del PCI, del ’68.

L’intervista ha mantenuto inalterato, nonostante siano passati più di 33 anni, il fascino della lucida visione. Moravia aveva intuito quanto poi sarebbe accaduto. Eccone di seguito il testo integrale.

È uscita una raccolta di scritti politici di Alberto Moravia Si intitola IMPEGNO CONTROVOGLIA (Bompiani) a cura di Renzo Paris. Sono trentacinque anni di storia politica italiana visti dall’occhio di uno scrittore che non ha mai mancato di intervenire in prima persona. II libro va dall’antifascismo all’antistalinismo degli anni cinquanta, dagli scritti sul boom degli anni sessanta ai viaggi attraverso la guerriglia sudamericana, dall’adesione al Sessantotto al rifiuto del terrorismo.

Secondo Renzo Paris, curatore del libro: “Moravia è l’unico scrittore italiano che si è occupato del ‘ 68 in termini positivi. In quegli anni gli intellettuali italiani polemizzarono molto con gli studenti e le loro idee, basta ricordare come esempio le critiche feroci di Pasolini.

Moravia, invece, in un articolo su Nuovi Argomenti, dal titolo La contestazione studentesca, è stato il primo che ha puntualizzato la figura dello studente, dello studente come aspirante intellettuale, naturalmente lo aveva anche criticato, però ii suo giudizio era stato complessivamente positivo.

Ecco questo libro, almeno da parte mia, è nato proprio per sottolineare questo atteggiamento “positivo”di Moravia nei confronti del ’68.

«E allora come si può amare la politica?»

Perché il titolo « Impegno controvoglia » a questa raccolta di scritti politici?

Perché non mi piace la politica. Allora voi mi chiederete perché non mi piace la politica? Perché non mi piacciono i mestieri male esercitati. Se si scrivesse, se si costruissero case, si esercitasse la professione del medico, così come si fa politica, allora i libri sarebbero delle porcherie, le case cascherebbero, e i medici manderebbero all’altro mondo tre quarti dei loro pazienti. La politica, sia quella esercitata nell’ambito della costituzione, sia quella praticata dalle bande armate, è pessima in Italia. E allora come si può amare la politica?

Eppure Alberto Moravia è uno scrittore che viene considerato anche come politico. Perché non hai mai scelto di svolgere una militanza politica?

Evidentemente nonostante questa mia idea negativa della politica, io sono un « animale politico », io cioè degli interessi politici, interessi che però non sono abbastanza forti da spingermi a fare il politico. Credo che sostanzialmente si tratti di un fatto artigianale; io so fare meglio il mestiere dello scrittore che quello del politico. Però è innegabile il fatto che mi sono occupato anche di politica e questo fondamentalmente per due motivi. Il primo è che c’è una richiesta reale che viene fatta dalle masse agli intellettuali, richiesta alla quale delle volte è impossibile non rispondere un uomo come Proust o come Joyce, poteva benissimo sottrarsi dal fare politica perché le masse non erano ancora uscite dal loro sonno storico. In questa epoca un atteggiamento del genere sarebbe invece artificioso, antistorico; il secondo motivo che ha determinato il mio impegno è che spesso le ragioni dei miei interventi non erano propriamente politici, erano umanitari, sociali, culturali, insomma para politici.

Questo secco rifiuto della politica che hai appena espresso può in qualche modo collegarsi alle notizie degli attentati. dei morti, di questi ultimi giorni?

Io sono contrario per principio all’uso della violenza in politica. Qualunque sia la ragione per cui si uccide un omicidio è fondamentalmente una ferita non cicatrizzabile nel corpo dell’umanità. Detto questo però non è che io mi lasci impressionare dai delitti, nel senso che non giudico la politica in base ai morti.

Io credo che alle radici del terrorismo ci sia l’integralismo, tu cosa ne pensi?

In Italia è storicamente provato che l’intolleranza e dunque la violenza hanno origini cattoliche. Io credo che questo tipo di prassi politica si possa far risalire alla Controriforma, nella quale ci sono due elementi interessanti: il primo è l’elemento dell’intolleranza che sbocca immediatamente nella violenza, l’altro elemento è l’idea del restauro. Non dobbiamo dimenticarci infatti che la Controriforma ha il volto girato all’indietro, gli italiani di allora si illusero di poter ripristinare la grandezza medioevale della Chiesa. Un movimento regressivo dunque, così come era regressivo il fascismo, dove c’era da una parte l’elemento dell’intolleranza e dall’ altra l’idea della restaurazione della res-publica compromessa dal tempo, dalla vecchiaia dell’Italia. Parimenti nel terrorismo l’elemento dell’intolleranza si fonda con quello di una restaurazione comunista di tipo staliniano. Rispetto alla politica del terrorismo, la politica del compromesso storico è più moderna, certo discutibile, ma sicuramente tiene conto dello sviluppo storico dell’ultimo cinquantennio.

Tu hai visto finire lo Stato liberale, lo Stato fascista e forse stai per vedere finire lo Stato democristiano, in che periodo sei stato meglio?

Sicuramente negli anni ’50. Sì perché da una parte c’erano le speranze, un’enorme spinta verso l’avvenire, dall’altra non c’era più una cosa orribile come il fascismo.

Nel libro ci sono racchiusi 35 anni di tuoi interventi politici. Quali pensi che siano stati in questi 35 anni i momenti più importanti della vita politica italiana?

Intanto occorre fare una premessa. Qui in Italia la politica non incide molto sulla vita. Certo la guerra fredda, il ’68, ecc. hanno avuto la loro importanza, ma non hanno determinato in maniera consistente la vita delle grandi masse, le quali cambiano certo ma non per le rivoluzioni politiche. In questo senso sono state più importanti rivoluzioni come quella dell’automobile, del consumismo, del nudismo, della televisione ecc. ecc. Sono rivoluzioni silenziose ed apolitiche, quelle che cambiano la faccia dell’Italia e questo è significativo se non altro del conservatorismo, diciamo così antropologico, di questo paese. Detto questo, bisogna riconoscerla. dopo la fine della guerra il momento più importante è stato il ’68. Una rivolta abbastanza misteriosa perché è avvenuta in un periodo di prosperità. Io il ’68 lo spiego in un modo forse non molto favorevole, con una specie di malinteso politico-esistenziale, nel senso che l’Italia è un paese talmente povero che alla fine degli anni sessanta ha scambiato il necessario con il superfluo. Una rivolta moralistica contro l’indispensabile che era stato preso per superfluo. Voglio dire, per quanto mi riguarda, che il guaio dell’Italia non è, come diceva Pasolini, di essere un paese troppo consumistico, troppo industrializzato, ma è quello di non esserlo abbastanza. Il ’68 venne vissuto dai giovani di allora quasi come una forma di francescanesimo di tipo moderno, maoista. E invece era un’altra cosa. Era la paura del benessere inteso come servitù.

Ma tu le origini del terrorismo le fai coincidere con gli avvenimenti di quegli anni oppure no?

Certo! Anche se va precisato che il terrorismo è una rivolta tutta italiana, che ha poco a che vedere con il comunismo reale. Gli manca lo sfondo internazionalistico, cosmopolita. E’ una tipica rivolta nazionale, locale, tinta di colori piccolo borghesi. In qualche modo l’internazionalismo del partito comunista, almeno nelle intenzioni, esclude il carattere privato di certe situazioni perché proietta l’individuo fuori dai confini del proprio paese, della propria città, delle proprie consorterie, della propria famiglia, immergendolo in una dimensione universalistica. Invece il terrorismo è una cosa tutta italiana, quindi provinciale gli uomini che lo praticano sono degli individui con dei grossi problemi « privati » da risolvere. E’ se vogliamo la crisi della piccola borghesia, che in Italia è la classe più sensibile e più aggressiva, e quindi, in un certo senso anche quella più rappresentativa. La piccola borghesia è la classe egemonica, e questa classe egemonica sta vivendo una crisi di avvicendamento. Il discorso sulle patrie, sulle nazionalità, era normale sotto il fascismo. Allora non si parlava d’altro che delle differenze tra « nazioni ». Con la fine del fascismo c’è stata una reazione in senso contrario, non si è più voluto parlare di « nazionalità ». Ora secondo me sarebbe il caso di tornare a parlare di problemi nazionali, il terrorismo è un problema nazionale, solo così si può sperare di comprenderne le origini e di superarlo.

Dopo tutto quello che è accaduto in questi giorni, tu pensi che ci sia un incremento della repressione da parte dello Stato.

No, la repressione è quella di sempre. Forse in questi ultimi giorni ci sono stati degli scontri più cruenti. Ma anche negli anni ’50 ci sono stati degli episodi tutt’altro che innocui  basta pensare ai tumulti seguiti all’attentato a Togliatti. L’azione dello Stato per il mantenimento dell’ordine, non è molto diversa da quella che è sempre stata.

Nel ’68 alcuni studenti di architettura ti fecero una sorta di processo. Ora alcuni di quei personaggi hanno fatto, diciamo « carriera », uno soprattutto è un grosso – esponente del PCI, ripensando a quella vicenda cosa hai da dire?

Sì, so che alcuni di loro dopo il ’68 sono diventati più codini del papa. Però direi che il problema è un altro e sta nel fatto che gli italiani sono « leggeri », e lo sono in due modi: quando va bene sono leggeri in una maniera molto graziosa, come nel ‘700, quando va male sono leggeri in una maniera molto sinistra nel senso che aggrediscono la gente per dei motivi che neanche loro riescono a comprendere molto bene. Io credo che soltanto come individuo un « uomo » risponde di se, i gruppi non rispondono mai di se stessi. Ora come si fa a far si che i gruppi siano resi responsabili? Bisogna fare in modo che ciascun individuo sia reso responsabile. Nel ’68 ci fu una grande ventata anche abbastanza simpatica, ma gli individui che vi parteciparono si lasciarono trascinare senza prendere responsabilità, perciò adesso non gli si può rimproverare niente, nel senso che è impossibile rimproverare chi è irresponsabile.

E dello slogan famoso del ’77, « né con lo Stato né con le Brigate Rosse » che ne pensi?

Con le Brigate Rosse no per principio, con lo Stato, naturalmente non parlo della costituzione repubblicana, ancora no, perché lo Stati; italiano, così come è combinato adesso è certamente da rifiutarsi. Però ci sono delle cose, come la democrazia, i diritti dell’uomo, valori nati dalla Resistenza che non devono assolutamente essere dimenticati, ma anzi bisogna fare in modo di perseguirli.

Vorrei farti una domanda sulla morte. Cos’è oggi la vita se le battaglie che si fanno sono relative ad una morte che è diventata discorso? Come se la morte non avesse più un senso violento come se la morte non facesse quasi più paura.

Il prelevare della società di massa aveva fatto temere che si sarebbe andati incontro ad un mondo robotizzato e insignificante, quasi da fantascienza, poi in realtà c’è stata una grossa esplosione di significati e la morte fa parte oggi dei nuovi significanti. Il discorso sulla morte che hai fatto è un discorso di ieri: è la morte assurda e vuota delle decine di vittime del ferragosto. Ma la morte ha. secondo me, riconquistato il suo significato terribile, la sua funzione catalizzatrice proprio attraverso le esecuzioni burocratiche dei terroristi. E’ evidente che chi usa l’omicidio come prassi politica utilizza la morte per sacralizzare e rendere valide le proprie idee, poiché un conto è parlare del ruolo alienante delle multinazionali, un altro conto è uccidere per provarlo. Io direi che in qualche modo la morte è stata rivalutata.

Certo ma rivalutata in un ambito non umano. Quello che ti chiedevo io è perché la morte ha perso questo suo carattere di « stupore ».

Quello che svuota la morte non è il fatto che sia utilizzata per scopi « politici », ma il fatto che dietro questi scopi « politici » non c’è vera chiarezza. Insomma se tu uccidi una persona per sbaglio è chiaro che svuoti la morte, ma se la uccidi sbagliando le idee è ancora peggio. Quello che fa paura è che chi uccide lo fa in base a dei qui pro quo intellettuali, a dei pseudo concetti, a delle idee ormai superate. E qui ritorna quel discorso stilla leggerezza che avevo fatto prima, cioè si uccide senza andare ad indagare minimamente sui motivi per i quali si uccide. Io direi che queste forme di violenza hanno la caratteristica di « ferocia privata ».

di Igor PatrunoAntonio Veneziani

LOTTA CONTINUA Mercoledì 2 Aprile 1980