La carica dei 101

Chi sono i 101? Nei mesi successivi a quel pomeriggio del 19 aprile solo Sandra Zampa ha sollevato la questione nell’assemblea del partito e solo Marco Di Maio, deputato di Forlì, “ha formalmente chiesto con una lettera al segretario Epifani l’apertura di un’inchiesta interna. La reazione? Nessuna risposta”. E solo Pippo Civati ha continuato a chiedere, sul suo blog, che venisse fatta chiarezza dagli stessi interessati.

Al di là di quei  pochi che qualcosa sanno, perché c’erano, o perché è come se ci fossero stati, in molti abbiano tentato di capire a posteriori. Tra questi c’è sicuramente Marco Damilano. Nel suo Chi ha sbagliato più forte il giornalista de l’Espresso ha tentato qualche velata ipotesi, per non dire allusione, iniziando con una dichiarazione fatta qualche settimana dopo quel maledetto 19 aprile della deputata calabrese Enza Bruno Bossio, dalemiana: “Non esistono i traditori: è un concetto integralista che non condivido. Ed è vergognoso fare una distinzione nelle votazioni tra Marini e Prodi. Quando si è scelto Prodi, al di là delle ovazioni e delle alzate di mano, avrei voluto discutere con quale maggioranza si andava ad eleggerlo, visto che Scelta civica non ci stava e il M5S non si sarebbe spostato da Rodotà. Avremmo potuto votare Rodotà forse, ma nel frattempo la valanga era partita”.

Che succede ora? Che saremo nelle condizioni di completare il lavoro iniziato in questi giorni eleggendo un nuovo presidente della Repubblica…”. Un’altra dichiarazione riportata da Marco Damilano. Questa volta a parlare subito due ore dopo il voto andato male per Romano Prodi è Nicola Latorre. E così è stato.

Prosegue Damilano nel suo Chi ha sbagliato più forte:

Una deputata, la romana Fabrizia Giuliani, dalemiana, è stata sentita dire all’ingresso in aula: «Se Prodi per caso non dovesse farcela, cambia tutto». Come lei un’altra dalemiana, la romana Micaela Campana. Un deputato della corrente di Letta, il campano Guglielmo Vaccaro, è stato ancora più preciso. Incontrando alcuni colleghi il 19 aprile in Transatlantico prima del voto si lasciò andare a una previsione: «Come finisce? Stasera salta Prodi, sarà rieletto Napolitano che incaricherà Letta di fare un uovo governo».

Nel girone dei Delusi la più delusa di tutti in quella giornata era la dalemiana Anna Finocchiaro, prima stoppata nella corsa verso il Colle dall’attacco di Renzi, poi bloccata mentre stava per candidare il suo leader D’Alema. Ma delusi, molto delusi erano anche i mariniani, che la sera prima avevano visto abbattere il loro leader storico senza un minuto di discussione. E gli uomini di Dario Franceschini.

Nel girone degli Speranzosi, almeno in apparenza, si agitavano i sostenitori di Stefano Rodotà. I deputati più giovani, più a sinistra, più spostati su posizioni vicine al Movimento 5 Stelle (…).

Nel girone degli Ostili c’erano i gruppi regionali: gli emiliani spingevano per Prodi, i toscani al contrario volevano frenarlo, temevano che con la sua elezione si sarebbe rafforzato eccessivamente Renzi (…), i toscani si riunirono e si consultarono. Il segretario regionale Andrea Manciulli, il numero due della corrente di Dario Franceschini, il pratese Antonello Giacomelli, il fedelissimo di Manciulli, Luca Sani, deputato di Grosseto, poi nominato presidente della Commissione Agricoltura della Camera, la deputata di Campiglia Marittima Silvia Velo, bersaniana, che prima delle votazioni confidò ai colleghi, compresi alcuni deputati e senatori leghisti, che lei non avrebbe mai votato per Prodi. (…) Poi i parlamentari del Sud fedeli a D’Alema: il deputato pugliese Michele Bordo, che comunicò la sua ostilità ai suoi capicorrente (…) oppure il molisano Danilo Leva (…). Tutti si sono sfogati prima del voto sulla scelta di Prodi. Tutti, poi, non c’è nessun motivo di dubitarne e nessuna prova del contrario avranno certamente obbedito alla linea ufficiale.

Ci sono poi quelli che in seguito non hanno dimostrato particolare dispiacere per l’affondamento del Professore per motivi personali. Nulla di male, per carità. Però il senatore bolognese Gian Carlo Sangalli, noto disistimatore della famiglia Prodi (qualcuno dice che il voto per Vittorio Prodi porta la sua firma), di certo non si è messo in lutto. Anche lui ha replicato ai sospetti: «La mia è stata perfetta disciplina di partito». Perfettamente disciplinato, come tutti gli altri, si è visto. «Prodi chi?», rideva in Transatlantico già il giorno dopo Michele Anzaldi, deputato di prima nomina in quota Renzi, a lungo portavoce di Francesco Rutelli negli anni degli scontri più duri con il Professore. Stessa frase pronunciata anni prima da un altro deputato-portavoce, Pierdomenico Martino detto Piero, lo spin di Franceschini: lui al Quirinale agognava di andarci addirittura nel 1999, come portavoce di Marini, favorito per la presidenza. Invece Veltroni e Prodi riuscirono a far eleggere Carlo Azeglio Ciampi alla prima votazione (…).

Fin qui Marco Damilano. In verità nessuno, a meno di una confessione degli interessati, può accusare i parlamentari citati dal giornalista de l’Espresso di non aver votato per Romano Prodi. Dopo l’uscita del libro alcuni si sono affrettati a smentire ogni sospetto, altri sono rimasti in silenzio. D’altra parte le citazioni riportate da Damilano si basano, in larga parte, su dichiarazioni “de relato” e su considerazioni assolutamente soggettive dell’autore del libro.

Io continuo a pensare che non c’è stato un grande vecchio dietro i 101, ma anche che i 101, alla fine dei conti, sono stati un po’ di più. Credo che quel voto sia il risultato di un coagulo di paure, di fragilità e di calcoli da sempre latenti nel Partito Democratico. Però non concordo con Enza Bruno Bossio quando afferma che in politica non ci sono traditori, perché penso che i 101 hanno certamente tradito le speranze di cambiamento che, ancora una volta, il Pd era riuscito a raccogliere. Speranze insufficienti a vincere, ma chiare e precise per chi avrebbe dovuto interpretarle.