Nel giorno dell’alluvione

Sembrava una giorno qualsiasi, uno dei tanti inanellati in questi tempi difficili. L’eco dell’ennesima polemica a distanza tra Massimo D’Alema e Matteo Renzi aveva sovrastato per un po’ quelle legate all’intemperanza telefonica del ministro della Giustizia. Il cielo denso di nuvole scure rimandava ancora alla manifestazione che il 16 mattina aveva attraversato Napoli, sotto la pioggia, per dire basta al biocidio nella Terra dei Fuochi. “Un fiume in piena di speranza ma anche di disperazione“, aveva commentato il parroco di Caivano, Maurizio Patriciello, guardando sfilare tanti giovani furiosi per l’abbandono di un pezzo d’Italia agli affari sporchi della camorra e della politica corrotta.

Nel tardo pomeriggio, mentre al terzo piano di via Sant’Andrea delle Fratte Davide Zoggia annunciava i risultati del voto nei circoli (Matteo Renzi 46.7%, Gianni Cuperlo 38.4%, Pippo Civati 9.19%, Gianni Pittella poco sotto il 6%), arrivavano le prime notizie del disastro in Gallura, nell’Ogliastra, nell’Oristanese e nel Medio Campidano, a ricordare la fragilità del territorio italiano, ma soprattutto a ricordarne l’abbandono e lo scempio. Sulla bella terrazza del Nazareno, guardando le prime immagini degli allagamenti ad Olbia, inviate sui social network, ho avvertito forte la distanza tra l’Italia reale e quella rappresentata nei talk show. Chiunque verrà scelto per la guida del Pd dovrà farci i conti con questa distanza, altrimenti qualsiasi progetto di futuro, qualsiasi grande sogno di cambiamento resterà l’ennesima promessa mancata.

L’evento in Sardegna è stato eccezionale, ma le strade rurali spazzate via dalla piena dei torrenti, gli allagamenti di interi quartieri e di campagne, le voragini e il crollo dei ponti, sono la conseguenza di un dissesto idro geologico provocato dall’impreparazione, da negligenza, addirittura dall’incapacità di fare manutenzione ordinaria. La politica avrebbe dovuto programmare interventi e controllarne l’attuazione, avrebbe dovuto gestire il territorio, invece ha prevalso l’incuria.

Qualche ora prima tutti i media avevano diffuso il dato della partecipazione al voto nella regione Basilicata. L’astensionismo non può essere più considerato un campanello di allarme. L’astensionismo oltre il 50% è il sintomo dello stato avanzato di una malattia terribile, una febbre che sta scavando una voragine immensa tra la politica e la società civile. Quando la distanza diventerà incolmabile potrà accadere di tutto. Il populismo avrà buon gioco sugli ultimi baluardi della democrazia, la “pancia” conterà più della “ragione”, l’egoismo prevarrà sul bene comune e la politica diventerà totalmente inutile.

In serata Milena Gabanelli a Report aveva ricostruito la storia dell’ILVA, il colosso europeo della siderurgia nato per portare lavoro al sud dell’Italia e finito nelle mani di una delle tante famiglie di imprenditori, non troppo diversa dalle altre che hanno fatto la storia del capitalismo italico. Una famiglia molto attenta alla gestione degli utili, ma poco preoccupata dalle drammatiche conseguenze causate dall’acciaieria sui territori e sugli abitanti di Taranto. Ancora una sconfitta della politica. Una politica confusa, attendista, ma anche compiacente e collusa. Come si è potuto non capire quanto fosse drammatica la situazione? Come si è potuto permettere ai Riva il ricatto occupazionale? Eppure era tutto chiaro fin dall’inizio, tutto visibile.

Intorno alla mezzanotte, mentre Maurizio Mannoni, il conduttore di Linea notte, iniziava il conteggio dei morti per alluvione, su Roma è scesa la pioggia e il silenzio ha avvolto le strade ormai deserte.