La “radice prima” della crisi della Politica

Spazio sociale, spazio pubblico, spazio fisico. Un nuovo disordine spaziale. L’Eclisse della sfera pubblica. Lo spazio perduto della Politica. Crisi della rappresentanza. Spazzati i vecchi paradigmi paradigmi  della spazialità, “dentro e fuori” ma anche “qui e là”, “vicino e lontano”, “contiguo e separato”, “presente ed assente”.

Che la Politica sia in crisi è ormai un ritornello che ripetono tutti. Ed è un ritornello che fotografa una amara verità.

Ma dopo aver affermato che la Politica è in crisi ci si concentra spesso inutilmente nel cercare le cause nella contingenza, nella accidentalità quotidiana, nella sola soggettività, sospinti da un ruolo dei media che spettacolarizzano le miserie quotidiane dandogli un enorme risalto e conferendogli un valore che certo non hanno.

Chi come me crede che senza politica tutti saremo più deboli ed indifesi sente pero’ il bisogno di andare più a fondo e di risalire alle cause prime di questa crisi, guardando ad esse con coraggio e senza abbassare lo sguardo, anche a costo di scoprire l’inessenzialità di tante cose a cui abbiamo creduto finora.

E ho trovato una linea di pensiero per me convincente nei ragionamenti che svolge il sociologo Marco Revelli in un pamphlet edito da Repubblica dal titolo suggestivo “Post—Sinistra. Cosa resta della politica in un mondo globalizzato”.

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Io amo Marco Revelli, non solo perchè è il figlio del Nuto amico di Pavese e protagonista della Luna ed i falò, racconto di formazione per molti della mia generazione, ma perché ha una sua forza di grande pensiero che ti illumina, pur nel suo pessimismo spesso disperante e malgrado scelte politiche contingenti che non mi trovano d’accordo.

E nel librettino citato prima si trova una sintesi straordinaria del perché la Politica negli ultimi 30 anni ha perso mordente e rischia di non essere piu’ lo strumento ordinatorio che è sempre stato dai tempi della nascita degli Stati nazione.

Comincerei questa ricerca delle ragioni profonde della crisi della Politica e della rappresentanza riproponendo alcune delle fondamentali domande che Revelli si pone verso la fine del suo pamphlet:

Di quale nuova forma del potere sovrano si puo’ offrire la rappresentazione oggi nelle sedi storiche della rappresentanza politica?

Quale altro potere, ormai non più solo nazionale puo’ essere reso presente in assenza?

Il potere dei mercati (tanto onnipotenti quanto invisibili)?

O di una comunità internazionale a geometria variabile, senza volto e senza mandato, ma non per questo meno esigente? O il consorzio personale dei potenti della terra, con la messa in scena delle fisionomie fisiche sul grande palcoscenico dei ricorrenti vertici mondiali dei cosiddetti grandi?

E d’altra parte la stessa rappresentanza come specchio, di quale società ci restituisce l’immagine? Entro quali confini? Con quali domande ( e da dove formulate?)

Secondo quale articolazione degli interessi leggibile in un qualche ordine  di compatibilità e di combinazione?

Stiamo assistendo, sotto l’urto della rivoluzione spaziale sospinta dalla tecnologia, allo scomporsi, sconnettersi e disarticolarsi della macchina della rappresentanza; sempre piu’ difficile risulta  “identificare un ubi consistam comune tra mandanti e mandatari, tra governanti e governati, una localizzazione condivisa per definire confini e contenuti della delega, un ambito riconoscibile ed esplicito nel quale si ritiene risieda il titolare del mandato che a sua volta diventa incerto (il collegio elettorale? O la lobby nazionale che finanzia il Partito? O l’agenzia plurinazionale che non solo definisce le regole ma le priorità degli obiettivi? O le grandi società transnazionali che fanno shopping nei territori negoziando le condizioni dei propri insediamenti produttivi?).

Revelli ci dice che la crisi è uno tsunami che ha investito organicamente l’intera politica moderna ed “è  più radicale e profonda di quella, apparentemente superabile, delle principali identità politichea franare è la politica come l’avevamo conosciuta fino a ieri, non solo con i propri soggetti e con i propri valori, ma con le sue forme, le sue istituzioni, i suoi principi costitutivi, i suoi codici di legittimazione, i suoi modelli di relazione, insomma con tutto ciò che costituisce il moderno concetto di politico.

E non solo. La frana si tira dietro anche le piu’ recenti conquiste che hanno caratterizzato la modernità compiuta: la democrazia rappresentativa, l’universalità dei diritti e la sua efficacia, il principio di legalità come condizione di legittimazione del potere.

Tutto questo sembra appannarsi e vacillare, nel momento in cui la politica, perdendo il proprio spazio sembra perdere se stessa.

Ma perchè frana la Politica così come l’abbiamo conosciuta fino a ieri?

Per capirne la ragione ultima dobbiamo partire da un discorso che sembra aver poco a che fare con la crisi della Politica e che si concentra sul concetto e sulla evoluzione negli ultimi decenni di quello che chiamiamo “spazio sociale”, che Revelli definisce come “l’ambito all’interno del quale si verificano gli eventi piu’ significativi , capaci di influenzare in tempo reale la nostra vita quotidiana. La trama che lo costituisce non è materiale – non è il territorio nella sua concretezza fisica – ma per l’appunto sociale: è formata dall’insieme delle interrelazioni umane rilevanti in una unità di tempo significativa”.

Per comprendere appieno cosa è stato, cosa è e come si è modificato quello che definiamo spazio sociale Revelli riporta l’esempio tratto da Thomas Frazer dell’immigrato norvegese a Filadelfia nel 1700 e dello stesso immigrato oggi.

Se tale individuo scriveva una lettera ai suoi familiari in Norvegia questi la ricevevano dopo 40 giorni e la loro risposta ci metteva altri 40 giorni.

E’ chiaro che la relazione tra l’immigrato ed i suoi parenti nel 700 non creava nessun ambito dentro il quale si creano gli eventi piu’ significativi e cio’ che si scrivono non è certo uno strumento capace di influenzare la loro vita quotidiana. L’unità di tempo in cui si sviluppa la relazione (gli 80 giorni) non è una unità significativa che possa formare interrelazioni umane rilevante.

Nella nostra contemporaneità, grazie alle strutture tecnologiche ed informatiche, invece la distanza o la contiguità non contano piu’. Il contatto è istantaneo e puo’ avvenire tra persone che stanno agli antipodi l’uno dell’altro.

Scrive Revelli:

L’insieme dei mezzi tecnici disponibili epoca per epoca per realizzare il trasferimento di cose e persone è destinato a determinare, in via diretta, l’estensione e la densità dello spazio sociale.

Lo spazio sociale quindi vive in un rapporto di simbiosi ed in diretta dipendenza con la tecnica, che ne detta estensione e intensità.

E lo spazio sociale è, si potrebbe dire, un prodotto tecnologico.

Lo conferma il fatto che tutte le rivoluzioni spaziali incorporano in se una piu’ o meno esplicita strumentazione tecnica. Si pensi ai grandi sistemi infrastrutturali di comunicazione, alla progressiva costruzione ed introduzione delle reti di dimensione nazionale: la rete stradale in primo luogo, poi la rete ferroviaria, postale, elettrica, telegrafica, telefonica,  che resero disponibile il territorio, in ogni suo punto, ai messaggi ed agli interventi del potere centrale, in tempi via via piu’ rapidi ed in misura via via piu’ piena, e che ebbero il risultato rivoluzionario di ricodificare lo spazio sociale in “spazio “pubblico”, di far coincidere dentro i confini dello Stato nazione, spazio pubblico e spazio sociale o, se si preferisce, di porre lo spazio sociale come spazio pubblicamente costruito.

Ma è qui che accade qualcosa di stravolgente.

Con la globalizzazione e con la diffusione delle reti informatiche, dei container e degli aerei cargo, spazio sociale, spazio fisico e spazio pubblico si separano.

E siccome fino ad ora la Politica dell’età moderna si svolgeva tutto dentro la relazione tra spazio sociale e spazio pubblico, relazione che a sua voltasi sviluppava in un comune spazio fisico, è evidente che la scissione tra i tre tipi di spazi mette in crisi la Politica.

E la Politica, che è sempre stata un tutt’uno con gli Stati nazionali, viene messa radicalmente in crisi perchè la spazialità nazionale viene liquefatta e travolta ed il territorio, il locale, perde quella centralità che ha sempre avuto e che ha configurato forme organizzative politiche (i potenti corpi intermedi del ‘900), forme di rappresentanza e le istituzioni democratiche stesse.

L’accelerazione che la globalizzazione  ha messo in campo (internet + satelliti + aerei cargo + container ), ha forzato i confini, mettendo in discussione lo stretto rapporto che c’è sempre stato tra contiguità fisica e spazio sociale.

E se la politica non capisce questo continuerà a recitare inutilmente il copione di una  commedia  in un palcoscenico che ha cambiato nel frattempo l’ambientazione ed i fondali (anzi, li cambia in continuazione)

Dice Revelli che “tutto cio’ fotografa la topologia sconvolta di un disordine nuovo, refrattario ad ogni tentativo di ordinamento lungo un qualsiasi continuum, tanto piu’ se tracciato sulla spazialità liscia ed uniforme del vecchio mondo segmentato dalla distanza e strutturato per sfere pubbliche nazionali”.

Un esempio tipico della contemporaneità sono le comunità diasporiche descritte da Appadurai e che sottolineano la differenza profonda tra i migranti attuali e quelli del novecento. Oggi un migrante non perde il rapporto con la comunità di origine e lo fa  attraverso internet o skype, non deve impiegarci un mese se vuole tornare per una breve vacanza.

I migranti del 900 una volta giunti a destinazione pian piano perdevano i contatti con il paese di origine e si integravano totalmente (la comunità di Little Italy né è stato un esempio).

Questo è il frutto della infrastrutturazione tecnologica che ha avviluppato il globo, ha tolto importanza alla contiguità fisica, ha creato spazi sociali mettendo continuamente in relazione persone che fisicamente stanno lontanissime.

Questa mai vista infrastrutturazione tecnologica produce una accelerazione che raggiunge una velocità assoluta che sconquassa la spazialità moderna (quella spazialità moderna dentro cui la Politica che conosciamo era vissuta) e ne determina un irreversibile cambio di status.

Da solido che era lo spazio sociale diventa liquido (Bauman), da univoco plurale (Beck), da spazio di luoghi spazio di flussi (Castells).

Distanza e durata (i due fondamentali principi di orientamento spazio temporale) perdono senso ed estensione in uno spazio globale (nel tempo della istantaneità totale) lo spazio si riduce ad un punto solo.

Il tempo si comprime e si riduce ad un solo istante (i 40 giorni della lettera dell’immigrato norvegese a Filadelfia si riducono alla istantaneità di una mail attraverso cui possono essere veicolati non solo parole ma immagini, disegno, progetti complessi, musica).

In un simile contesto puntiforme cadono, tutti insieme – o comunque risultano relativizzati – i buoni vecchi criteri di organizzazione razionale della spazialità, “dentro e fuori” ma anche “qui e là”, “vicino e lontano”, “contiguo e separato”, “presente ed assente”.

Manuel Castells, nella sua monumentale opera sulla Network Society, contrappone il sempre piu’ invasivo “spazio dei flussi” al tradizionale “spazio dei luoghi”  e definirà la globalizzazione come il contesto tecnico e sociale in cui i flussi assumono il proprio predominio sui luoghi, senza necessariamente cancellarli, ma assorbendoli nella propria logica.”

Passare dallo spazio dei luoghi allo spazio dei flussi significa nella sostanza, in base alla diffusione del comando a distanza oggi possibile, il venir meno del vincolo della contiguità fisica. Oggi si puo’ produrre simultaneamente senza contiguità fisica.

Pensiamo al servizio di informazione radio diffusa che in molti aeroporti europei la notte viene prodotta in un altro emisfero dove è giorno o ai servizi di call center che negli USA sono svolti nel continente indiano.

Che conseguenze ha tutto ciò sulla sfera pubblica e sulla Politica e cioè sulla vita collettiva contemporanea?

Fino alla fine del secondo millennio la lunga storia degli Stati moderni, della Politica e della creazione della loro sfera pubblica era stata caratterizzata dalla unità tra spazio pubblico, spazio sociale e spazio fisico.

Negli ultimi 30 anni, come abbiamo visto, questa unità si è infranta e “mentre lo Stato nazionale esplode nella totalità indifferenziata dello spazio globale, la spazialità pubblica implode e si scompone negli infiniti frammenti spazio-temporali in cui è stato risucchiato lo spazio sociale”.

Questo significa che la sostanza della Politica nazionale ha perso il suo ubi consistam e che le nuove culture che si affermano sono sempre piu’ slegate da luoghi e da tempi, sono prive cioè di un contesto.

Questa decontestualizzazione e la trasformazione dello spazio dei luoghi (quartiere, città, regione, comunità locale) in spazio dei flussi dove precipitano in un punto solo esperienze e luoghi ed attività prima separate e lontanissime (qualcuno li ha definiti iperluoghi) spiega la crisi profonda delle identità Politiche fino ad ora egemoni e spiega la piu’ generale difficoltà a far valere le tradizionali prerogative della dimensione pubblica.

Una dimensione pubblica che si puo’ affermare quasi non esista piu’.

E questo perchè lo spazio sociale della globalizzazione viene creato con strumenti essenzialmente privati che non possono essere ascritti “ad un preciso soggetto, dotato di prerogative, forme di legittimazione e vincoli pubblici” ruolo che per secoli ha svolto fino alla fine del secondo millennio, lo Stato nazione insieme a quell’elemento ordinativo che è stata la Politica.

I costruttori privati, che si sono sostituiti alla Politica ed agli Stati nazionali, del contemporaneo surrogato di spazio pubblico sono essenzialmente tre, in primo luogo il sistema dei media, poi i giganti delle telecomunicazioni che costituiscono in senso fisico il nuovo spazio e “che decidono le allocazioni di tecnologia da cui dipende la velocità e la possibilità di connessione dei territori” ed infine “i grandi gruppi economici transnazionale: i nuovi soggetti di potenza globali i quali  producono l’infrastruttura reticolare di un inedito spazio produttivo de localizzato”.

Marco Revelli ci descrive dunque “una sorta di rifeudelizzazione del potere attraverso la piu’ radicale delle modernizzazioni”.

E la cifra della modernizzazione sta nel fatto che un tempo il Potere era intrinsecamente personalizzato e localizzato, con il Potente che abitava laddove aveva le cose che possedeva (terre, aziende, persone) verso i quali sentiva una oggettiva responsabilità, mentre oggi “il nuovo patrimonialismo ipermoderno è invece impersonale e irresponsabile, astratto e delocalizzato”.

In sostanza, dice Revelli, oggi governanti e governati vivono in pianeti diversi e non ci puo’ essere nessuna sfera pubblica in questa situazione e le categorie classiche dell’azione politica perdono ogni significato ed ogni possibilità di mordere. Ed è sicuramente qui una delle ragioni prime della crisi della Politica contemporanea.

Nella nostra epoca il potere appare astratto, è l’epoca del potere a distanza dove possesso e presenza sono separati e non contigui e dove il luogo in cui si prendono le decisioni non è piu’ il luogo dove abitano i destinatari di quella decisione e dove si vedono i i suoi risultati.

La irresponsabilità nei confronti dei luoghi e delle persone su cui ricadono le decisioni prese altrove non è propria solo della sfera economica. Riguarda anche, contaminandola,  la sfera pubblica ed in particolare l’aspetto della decisione e della rappresentanza politica, ne erode il carettere pubblico e lo svuota dall’interno, dice Revelli, “senza apparentemente mutarne l’involucro normativo, ma colpendolo in realtà al cuore: non c’è infatti pubblicità senza controllo, non c’è legittimazione consensuale senza responsabilità pubblica.”

Revelli parla, e con lui i piu’ grandi sociologi europei, di un  “violento salto di qualità che segna la vera cesura storica di fine millennio” ed esso sta proprio nella “inedita metamorfosi spaziale registratasi nell’ultimo decennio del novecento” quella metamorfosi spaziale che ha trasformato radicalmente la natura e la struttura del nostro spazio sociale che, ricordiamolo ancora, è “l’ambito all’interno del quale si verificano gli eventi piu’ significativi , capaci di influenzare in tempo reale la nostra vita quotidiana.”

Tale ambito sta subendo “una deformazione radicale, totalizzante e totalitaria” dilatandosi fino al limite del globo terrestre.

Come due facce di una stessa medaglia da un lato si puo’ dire con Roland Robertson che le distanze si annullano nello spazio globale esterno al soggetto, dall’altro con Antony Giddens, si puo’ dire il soggetto individuale è reso sempre piu’ capace  di avere sotto il proprio controllo e la propria percezione una estensione sempre piu’ ampia e che l’individuo grazie alle proprie protesi massmediatiche puo’ vedere, ascoltare, influenzare o subire cio’ che avviene a distanze sempre piu’ lunghe. Un effetto, questo ultimo, che Giddens riconnette direttamente a quella specifica capacità operativa consentita dalla tecnologia della comunicazione che è l’agire a distanza: la possibilità di proiettare istantaneamente la propria presenza oltre il campo – fisicamente delimitato – del proprio controllo corporeo (dei propri sensi naturali) via via sempre piu’ lontano, fino ad esaurire l’intero spazio del pianeta.”

Siamo in presenza di qualcosa di unico nella storia dell’uomo che segna una frattura non ricomponibile e, come ha scritto Beck, d’ora in poi nulla di quello che si svolge sul nostro pianeta puo’ essere considerato un avvenimento limitato localmente”, si tratti di una innovazione o di una catastrofe essa riguarda l’intero pianeta.

Le conseguenze della rivoluzione spaziale di fine millennio hanno fratturato le connessioni che legavano esseri umani e territori a precise forme di rappresentanza; ci riferiamo alla  “esplosione dello spazio vissuto, con il conseguente sfondamento dei suoi confini e la moltiplicazione/sovrapposizione dei suoi piani (in un luogo tanti luoghi), alla divaricazione tra contiguità fisica e contiguità sociale (si puo’ essere vicini anche se lontani e si puo’ essere lontani anche se vicini) e alla crisi delle consolidate localizzazioni in uno spazio stabile (nella modernità politica quello della statualità nazionale”

Viene meno l’unità di un popolo sempre piu’ difficile da identificare, nell’esplosione dello spazio sociale al di fuori dei tradizionali confini nazionali, e soprattutto sempre piu’ disarticolato nei differenti piani dell’esistenza: il piano locale delle relazioni faccia a faccia e del riconoscimento personale; il piano nazionale, sempre piu’ svuotato ed estenuato, della regolazione e della rappresentanza politica; il piano globale dei grandi valori e dei grandi problemi privi di soluzioni.”

E questa rivoluzione ci deve spingere a riorientare ed organizzare in maniera diversa, profondamente diversa, non solo le nostre vite e le nostre singole azioni ma tutte le nostre istituzioni ed organizzazioni, compresa la Politica che queste novità hanno messo in profonda crisi.

Non è un compito questo che possono svolgere singoli individui seppur carismatici e pieni di energia positiva, non è un compito che possa essere terminato nel breve volgere di una legislatura ed andando appresso alle convulsioni di sistemi politici ormai sganciati dai flussi che dominano il mondo, non è un compito che puo’ certo essere affidato ai talk show  televisivi ed ai patetici protagonisti che li affollano.

E’ un compito che ha bisogno di una mente collettiva forte e plurale, di pensieri fur ewig, di think thank diffusi, di Politici che sappiano alzare lo sguardo oltre l’economico ed il quotidiano e che senza perdere forti contenuti valoriali sappiano dare vita a nuovi paradigmi di pensiero e di azione.

Nulla di tutto questo intravedo all’orizzonte. E la crisi della Politica rischiosamente avanza dando fiato a populismi piu’ o meno pericolosi che, alimentando il caos, favoriscono quelle potenti forze impersonali che per essere egemoni del caos hanno bisogno perché caos significa assenza di regole.

 

Che fare, dunque?

Non lo so. A questa domanda rispondo con dei grandi versi:

Leopardi:

Nobil natura è quella
Che a sollevar s’ardisce
Gli occhi mortali incontra
Al comun fato, e che con franca lingua,
Nulla al ver detraendo,
Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
E il basso stato e frale;

Montale:

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.