Ruanda. La lunga genesi di un massacro (prima parte)

Capita spesso che le tragedie, anche quelle che coinvolgono milioni di persone, vengano ai nostri tempi dimenticate in fretta. Domani in Ruanda verrà ricordato il genocidio scatenatosi il 6 aprile del 1994. Come spesso accade quella data è simbolica perché nella regione dei Laghi i massacri e i genocidi sono iniziati già dagli anni ’60, spesso con la complicità di nazioni europee come la Francia e il Belgio che in quell’area hanno continuato ad avere interessi anche dopo la fine del colonialismo. Ho ricostruito mettendo insieme gli appunti presi nel corso degli anni la lunga genesi di quel massacro.

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La storia del Ruanda affonda le sue radici nella espansione coloniale delle grandi potenze europee iniziata in quella vasta regione a partire dal 1879. Proprio quell’anno Stanley torna nella valle del Congo (già esplorata nel 1877) come rappresentante di re Leopoldo del Belgio e per conto dell’Associazione internazionale del Congo (presieduta proprio dal sovrano) getta le fondamenta dello Stato libero del Congo, posto sotto l’alto patronato del re del Belgio. Nel 1885 la Conferenza di Berlino riconosce ufficialmente il nuovo stato africano come personale dominio di Leopoldo II e il sovrano si proclama Re del Congo.

Nel frattempo i tedeschi, partendo da Dar es Salaam (Oceano Indiano), penetrano profondamente nell’Africa Orientale, raggiungono il lago Tanganica e le regioni del Ruanda e del Burundi. Nel 1890 gli inglesi si annetterono il Kenia spingendosi, nel 1893, sino in Uganda. Nel 1908 lo Stato libero del Congo diviene Congo Belga. La prima rivolta nella regione dei Laghi esplode nel 1911 in Tanganica. Nella regione dell’Urundi e nel Ruanda i Tutsi e gli Hutu si ribellano prima ai tedeschi e, successivamente agli inglesi (sostituitisi ai tedeschi nella dominazione coloniale dell’area). Nel 1926 viene definita la frontiera orientale del Congo belga.

Negli anni successivi il sovrappopolato regno ruandese induce i belgi a spostare alcune decine di migliaia di ruandesi nel Kivu (terre fertili, clima simile a quello del Ruanda). Nascono così i banyarwanda. I belgi mandano i tutsi nelle miniere del Katanga e gli hutu, in prevalenza agricoltori, nelle regioni montuose del Kivu.

Nel 1960 inizia l’epurazione dei tutsi. Le capanne tutsi vengono bruciate (a volte con la complicità dei belgi) e famiglie intere vengono trucidate e i corpi gettati nel fiume. Nel 1962 si conclude la cacciata dal paese dei tutsi, definiti “blatte”, stranieri scesi con le loro mandrie dall’Abissinia. L’indipendenza del Paese si costruisce, quindi, sulla nozione di nemico interno, sulla coscienza di una minaccia permanente che pesa sui diritti acquisiti dei contadini hutu. Tra il 1959 ed il 1960, più di 50.000 rifugiati (essenzialmente tutsi) varcano la frontiera zairese e si stabiliscono nel Kivu.

Il 18 luglio 1975 la Francia sigla un accordo di assistenza militare con il Ruanda.

La paura latente di un ritorno tutsi (causa dei ricorrenti massacri di civili tutsi e della loro emarginazione sociale) trova conferma quando il Fronte patriottico ruandese (FPR) scatena la guerriglia alla frontiera con l’Uganda. Nell’ottobre del 1990 il Fronte patriottico lancia una grande offensiva. L’attacco dei tutsi viene contenuto solo grazie agli aiuti che il regime di Habyarimana riceve dall’estero. Lo Zaire manda in prima linea la Divisione speciale presidenziale, la Francia invia armi e specialisti appellandosi all’accordo del 1975, il Belgio continua a cooperare pur senza lasciarsi coinvolgere direttamente. Il regime di Habyarimana porta gli effettivi dell’esercito da 5000 a 35000 uomini. Il 4 ottobre i ribelli del FPR attaccano Kigali. A protezione dei cittadini stranieri ivi residenti giungono 500 parà francesi e 300 belgi. Il 15 ottobre i governativi riprendono il controllo della città. Francois Mitterrand tiene a La Baule uno storico discorso ove evidenzia le trasformazioni positive in atto in Ruanda. In sintesi la nascita del multipartitismo.

Compare una stampa indipendente, si moltiplicano le associazioni in difesa dei diritti umani, i partiti di opposizione possono contestare il monopolio fino ad allora esercitato dal partito del presidente, il Movimento Repubblicano Nazionale per la Democrazia e lo Sviluppo (MNRDD), e denunciano il fatto che il clan del presidente, anzi quello della famiglia di sua moglie, originaria del nord del paese, ha letteralmente occupato ogni posto di potere.

Il presidente Habyarimana, vedendo entrare in crisi il suo regime, scatena una controffensiva interna.

Tutti i civili tutsi sospettati di essere una quinta colonna di quelli che combattono alle frontiere del Ruanda vengono considerati alla stregua degli “Inkontanyl”, i combattenti dell’Fpr. Vengono stilate liste di “persone sospette” e ricominciano i massacri. La tribù dei Bagogwe, allevatori imparentati con i tutsi, viene sterminata nella regione di Bugesera, molti civili tutsi vengono sistematicamente eliminati. E così, mentre nel nord l’offensiva dell’Fpr causa ingenti perdite, la liquidazione di gruppi di popolazione considerati alla stregua di ostaggi interni e l’eliminazione dei dirigenti dell’opposizione divengono pratiche ricorrenti. In tal modo, più di quindicimila civili vengono “discretamente” massacrati lontano dal fronte. La Francia liquida come “voci non controllate” i rapporti, sempre più numerosi, sui massacri e, al contempo, aumenta la presenza militare a fianco dell’esercito ruandese, anche il Belgio non sospende la propria collaborazione.

Il 4 febbraio 1991 i governativi annunciano di aver ucciso 100 ribelli tutsi che erano penetrati per breve tempo nella città di Ruhengeri. Il 29 marzo, sotto gli auspici dell’OUA viene siglato un cessate il fuoco tra Governo e FPR. Il 21 aprile il presidente Juvénal Habyarimana annuncia che il Ruanda passerà ad un sistema multipartitico. Il 10 giugno vengono introdotte modifiche costituzionali. Il 12 ottobre Juvénal Habyarimana nomina primo ministro Sylvestre Nsanzimana (esponente del MRNDD, Movimento Repubblicano Nazionale per la Democrazia e lo Sviluppo, l’ex partito unico).

Il 13 marzo 1992, mentre prosegue la guerra civile, il MNRDD ed i partiti di opposizione creano un Governo di Unità Nazionale. Il 3 aprile Juvénal Habyarimana nomina primo ministro Dismas Nsengiyaremye del MDR  (Movimento Democratico repubblicano). Il 16 aprile entra in carica il governo provvisorio guidato da Dismas Nsengiyaremye, appoggiato dal MDR e dal MNRDD (a quest’ultimo partito sono assegnati 9 ministeri su 19). Il 18 aprile i governativi uccidono nel Nord Ovest 70 guerriglieri del FPR. L’8 giugno il governo e il FPR sottoscrivono un accordo di tregua. Il 10 giugno la Francia porta a 300 il numero di parà presenti stabilmente a Kigali. Il 14 luglio ad Arusha in Tanzania il capo del Governo ruandese Dismas Nsengiyaremye sigla con i rappresentanti del FPR un accordo che mette momentaneamente fine agli scontri.

Ma la pausa dura poco. Il 9 gennaio 1993 il MNRDD rigetta l’accordo firmato ad Arusha che, tra l’altro, prevedeva la formazione di un Governo provvisorio di transizione. Ricominciano gli scontri ed i massacri. L’8 febbraio il Fronte patriottico scatena una violenta offensiva, il 7 marzo viene siglato un nuovo accordo di tregua a Dar es Salam. A garantirne il rispetto vengono inviati un gruppo di osservatori dell’OUA. Il 25 marzo la Francia ritira gran parte del suo contingente e in giugno iniziano i negoziati di Arusha che dovrebbero portare ad un accordo tra le parti in conflitto. Il 22 giugno il Consiglio di Sicurezza dell’ONU istituisce una missione composta da osservatori il cui incarico dovrà essere quello controllare la frontiera con l’Uganda per segnalare ed impedire il passaggio di armi in Ruanda.

A Luglio iniziano le trasmissioni di “Radio libera delle mille colline” (Rtlm): una radio “privata” finanziata in parte dalla moglie del presidente e da Félicien Kabuga, ricco uomo d’affari, vicino alla famiglia Habyarimana, la cui figlia ha sposato Jean-Pierre, uno dei figli della coppia presidenziale. Per l’Akazu, il clan degli estremisti hutu riuniti attorno ad Agathe Habyarimana, moglie del dittatore, l’emittente rappresenta una risposta agli accordi di Arusha, la cui firma è imminente. Questi accordi prevedevano infatti la spartizione delle frequenze di radio Ruanda (la radio nazionale): gli uomini dell'”Hutu power” hanno allora messo in piedi una loro radio.

Ferdinand Nahimana viene chiamato come direttore dei programmi. Questo brillante storico (poi rifugiatosi a Yaundé, Camerun), che aveva discusso una tesi sulla storia della nazione ruandese all’università Parigi-VII, era il direttore dell’Ufficio ruandese di informazione prima di essere rimosso per avere partecipato attivamente al massacro di 300 tutsi nel Bugesera nel marzo 1992. Il 17 di luglio la signora Agathe  Unwilingiyiamana (di etnia hutu e capo di una fazione del MDR) forma un nuovo governo di coalizione.

Il 4 agosto il presidente Juvénal Habyarimana ed il colonnello Alex Kanyarengwe (capo del FPR Fronte patriottico a maggioranza tutsi) firmano un accordo ad Arusha. L’accordo prevede la cessazione totale delle ostilità, un governo di transizione (la divisione del potere tra il partito del presidente, le formazioni di opposizione ed il Fronte patriottico), la fusione dei due eserciti e la fissazione di libere elezioni.

Il 5 ottobre il Consiglio di sicurezza dell’ONU, con la risoluzione n°872, delibera la creazione di una missione in Ruanda, denominata UNAMIR, con il compito di sovrintendere al processo di transizione. Intanto prosegue un considerevole afflusso di profughi dal Burundi.

Il 28 dicembre, scortati dai caschi blu dell’UNAMIR, giungono a Kigali circa seicento combattenti del FPR con l’incarico di proteggere i cinque membri del FPR che, secondo gli accordi di Arusha, dovranno sedersi, come ministri, nel governo di transizione.

Già dalla fine di febbraio del 1994 i sindaci hutu avviano una distribuzione di armi  (importate clandestinamente dalla Francia, dall’Egitto e dal Sudafrica), raggiungendo ogni settore sociale. Nello stesso tempo, molti giovani disoccupati, delinquenti, contadini senza terra e senza avvenire vengono reclutati nelle file dei miliziani, gli Interhamwe.

Il 6 aprile l’aereo del presidente Juvénal Habyarimana, un Falcon con equipaggio francese, con a bordo anche il presidente del Burundi Ntaryamira, viene colpito da un missile in fase di atterraggio a Kigali. Non si salva nessuno.

Il presidente stava tornando da Dar er Salam Tanzania. Incalzato dagli occidentali, che minacciavano di sospendere i finanziamenti, Habyarimana aveva alla fine accettato di aprire il governo al Fronte patriottico e si preparava a leggere, al suo ritorno, un discorso che consacrava la divisione del potere. Agli occhi degli estremisti hutu (in particolare a quelli del clan della moglie del presidente) questa decisione appare subito come un tradimento. Il testo del discorso è scomparso tra i frammenti dell’aereo Falcon, regalato poco tempo prima dalla cooperazione francese, colpito in pieno da due missili lanciati da mani esperte, verosimilmente bianche (secondo alcune fonti l’attentato è opera dei servizi segreti francesi). Rtlm dà quasi immediatamente la notizia dell’attentato, attribuendola al Fronte patriottico ruandese (Fpr). La radio nazionale trasmetterà l’informazione soltanto il mattino seguente.

Pochi minuti dopo l’abbattimento dell’aereo, squadre di soldati miliziani bloccano le strade di Kigali, selezionano hutu e tutsi sulla base dei documenti di identità e liquidano sistematicamente i tutsi. Dieci caschi blu belgi, preposti alla difesa di Aghate Uwilingymana vengono massacrati. Il 7 aprile, a 20 ore dall’attentato, il Fronte patriottico riprende le ostilità. Ad Aprile, Théodore Sindikubwabo diviene presidente ad interim. Nella città di Butare il prefetto, un membro dell’opposizione, che evita attraverso un intenso lavoro di pacificazione il determarsi di massacri, viene destituito da Sindikubwabo (in seguito verrà ucciso) e sostituito da un “duro” del regime, mentre l’esercito, seguito dai miliziani, entra in forze nella città, sede universitaria. (continua)