Di territori, di strategie e di vittorie

Le guerre napoleoniche hanno esportato in Europa gli ideali della Rivoluzione Francese, ma hanno anche fatto conoscere al mondo la genialità strategica del Bonaparte, la sua incredibile capacità di spostare truppe e cannoni sul campo, come soldatini di piombo in un diorama. Napoleone sapeva bene quanto la scelta del campo dove dare battaglia fosse essenziale per la vittoria. A Waterloo fu Wellington a costringere la Grande Armée a schierarsi su un terreno a lui favorevole e quella fu l’ultima battaglia dell’Imperatore.

Nell’era dei social non è cambiato molto. Il terreno resta elemento essenziale della strategia.

Va riconosciuta al M5s la capacità di essere riuscito ad imporre il terreno delle Elezioni Europee all’avversario. Gli strateghi della ditta avevano attentamente valutato i benefici che avrebbero potuto derivarne.

Innanzi tutto il vantaggio di sferrare un attacco massiccio quando le iniziative del governo erano ancora poco percepibili e con effetti minimi sulla vita degli italiani (l’esecutivo guidato dal segretario del Pd contava poco più di 80 giorni di vita).

In secondo luogo il vantaggio di cavalcare l’onda populista senza limiti, in una situazione nella quale il Pd, anche in ragione della sua collocazione politica dentro il PSE, avrebbe dovuto articolare una “critica” all’Europa necessariamente più moderata e, comunque, nell’ambito di una strategia condivisa dagli altri socialismi.

Mentre Grillo avrebbe potuto drammatizzare lo scontro sull’Europa, esaltare la contrapposizione “Noi” e “Loro”, declinare le difficoltà del rapporto tra cittadini e politica con il consueto taglio grottesco, il Pd avrebbe dovuto manovrare sul difficile terreno dell’europeismo, per giunta con un candidato, Martin Shultz, poco adatto a rappresentare cambiamento e rinnovamento.

La decisione quelli del M5s l’avevano presa da tempo.

L’avevano presa dopo aver capito che Matteo Renzi avrebbe vinto agevolmente il congresso del suo partito e sarebbe in breve diventato il principale interlocutore politico, l’uomo con il quale fare i conti. A quel punto, devono aver pensato, di fronte alla prospettiva di confrontarsi per anni con un governo intenzionato ad avviare un percorso di riforme, sarebbe valso a poco continuare a boicottare e rallentare il lavoro delle camere.

Il tour di Beppe Grillo #vinciamonoi, preparato da una intensa campagna sulla rete e dalla discesa in piazza dei parlamentari pentastellati con maggior gradimento mediatico, si è sviluppato alla solita vecchia maniera. Toni forti, battute oltre il limite del farsesco, folle acclamanti e troll a branchi scatenati sui social.

Nell’approssimarsi del 25 maggio, mentre attorno agli appuntamenti del leader nelle piazze cresceva il clamore sui social e sui media, si dispiegava in parallelo una intensa strategia di presenza televisiva con il coinvolgimento di Grillo e grillini, fino al selfie con Vespa dietro le quinte del salotto più noto (ma anche più noioso) di “mamma” Rai, a sancire il ritorno del figliol prodigo.

La strategia di Grillo&Associati avrebbe potuto avere successo se Matteo Renzi non avesse deciso di accettare il terreno di scontro, di scendere in campo direttamente ribattendo agli attacchi pentastellati colpo su colpo. Durante i giorni più caldi della campagna elettorale la scelta di riportare il Pd in piazza ha fatto preoccupare non poco la dirigenza del Pd, ma alla fine ha avuto ragione lui perché le piazze si sono riempite.

Proprio nel confronto delle piazze le profonde differenze tra il Joker rabbioso e l’Eroe sereno, ma determinato è divenuta palese, percepibile e gli italiani hanno scelto. D’altra parte la contrapposizione ha mostrato che al di là della rabbia e dell’incitamento all’odio, dietro il grillismo c’è poco altro di utile all’Italia.

Nonostante il vantaggio iniziale, dato dalla scelta del terreno di scontro, il M5s ha perso le elezioni e ha lasciato sul campo milioni di consensi.

L’errore è stato quello di chiamare gli elettori ad esprimersi pro o contro Renzi, piuttosto che pro o contro l’Europa di Strasburgo, come invece hanno fatto le destre e i populisti del Vecchio Continente.