Goffredo Bettini: il Pd romano è diventato un ammasso di cordate di potere

4Onorevole Bettini, dopo le elezioni europee e il successo del Pd a trazione renziana, molti sono tornati a invocare una nuova unità del centrosinistra. C’è chi, come Susanna Camusso, ha parlato di un partito unico, chi come Nichi Vendola, di un campo largo del centrosinistra. Lo stesso Renzi ha aperto sia a Scelta Civica che a Renzi. È giunto il momento per realizzare quel campo democratico come casa comune del centrosinistra che lei per primo ha lanciato due anni fa?
”L’enorme successo del Pd dimostra che, a certe condizioni, i democratici si possono unire e mescolarsi tra di loro. Alla stretta, quando prevale un interesse generale e una visione comune, gli ‘accampamenti divisivi’ si sciolgono. E sa perché? Perché essi sono ormai solo funzionali alla conservazione di gruppi dirigenti ormai logori e poco coraggiosi. Già in queste elezioni hanno votato Pd tante componenti diverse del centro-sinistra: i socialisti, moltissimi amici dell’Api e di Rutelli, pezzi del mondo cattolico democratico delusi dall’esperienza di Scelta Civica,Cantiere democratico di Stefano Pedica, una parte di Sel, insofferente verso il tentativo di unire tutta la sinistra radicale con Tsipras. Non vanno sottovalutati affatto questi contributi. Occorre renderli stabili, raccoglierli e ulteriormente allargarli in un campo democratico vasto, plurale e contendibile.

Con un Pd al 40% non rischia però di essere la somma di tante annessioni?
“Se il Pd resta quello di oggi, il pericolo c’è. Chi confluisce non avrebbe altra scelta che militare in una delle correnti organizzate o di crearne una nuova. Prospettiva poco allegra. Ma il Pd deve cambiare totalmente. Deve destrutturare le canne d’organo che organizzano attualmente il regime di vita interna, rendendo inessenziali i militanti e finta la discussione interna. Su questo tema credo alle cose dette da Renzi. La rottamazione ė appena cominciata. Ora c’è la parte più difficile, quella della realizzazione di un soggetto politico che abbia al centro le persone, nella loro individuale responsabilità e non tanti partitini personali.

Socialisti, Scelta Civica, Sel, si tratta di soggetti molto diversi, come si evita di fare un’ammucchiata senza un punto di vista unitario, che sia la sintesi? 
“In questi anni si sono idolatrati i programmi. Prodi è stato terribilmente danneggiato da un programma di più di 200 pagine, dove ognuno dei 17 gruppi che lo sostenevano aveva infilato la propria ‘visibilità’, rendendo il testo una salsiccia indigeribile. Dico sempre che bisogna diffidare dai programmi, e affidarsi alle idee. I programmi, ideologizzati e usati come clave, tirati strumentalmente da una parte e dall’altra, allontanano da una ricerca sincera e aperta di quello che davvero serve fare. Non ė lì che si trova il bandolo dell’unità del centro-sinistra. Piuttosto i democratici possono e devono stare insieme sulla base di una opzione generale che tutti li accomuni rendendoli alternativi al campo della destra: quella di combattere l’oscenità dell’ingiustizia, di accorciare le distanze tra chi sta sotto e chi sta sopra, di permettere ad ogni cittadino di essere libero, cioè se stesso senza condizionamenti, mutilazioni e paure. Questo significa essere democratici. Poi vengono i programmi e le scelte conseguenti. Che debbono crescere dentro una visione politica, e non da un ‘mercato’ sfibrante all’interno delle alleanze. Renzi e il Pd hanno vinto perché hanno dato il senso di un cammino da fare. Al di là dei contrasti che hanno suscitato le proposte sul mercato del lavoro o sulle riforme istituzionali, Renzi ha messo una grande forza politica su una idea del Paese, capace di vincere la rabbia con la speranza; e la rinuncia, la stagnazione con la fiducia nelle energie creative che pure in questi anni hanno resistito; liberandole dal vincolo asfissiante, deprimente, in molti casi provocatorio delle rendite, dovunque esse si annidino, anche nella sinistra. D’altra parte il dramma italiano sta molto in questo conflitto mai risolto tra genialità creativa, dell’impresa e del lavoro, e la ricchezza parassitaria. La debolezza dello Stato italiano non ha permesso di regolare questo conflitto. E così la nostra democrazia si fonda sulle divisioni e i contrasti, piuttosto che sulla cooperazione”.

Ma basta allargare i confini del Pd oppure c’è qualcosa di più profondo nella forma partito cui bisogna metter mano? Insomma, forse più che allargare il Pd forse bisognerebbe ri-fondarlo? 
“Le scelte concrete, almeno le più importanti, dentro ad una visione, andrebbero discusse e deliberate in un grande confronto democratico. Il campo democratico dovrebbe essere, in sostanza, una rete fitta (gli attuali circoli?) di ‘agorà’, dove ci si incontra, si discute e poi si delibera. Non incasellati in eserciti precostituiti, ma nella piena libertà delle proprie opinioni che, a seconda dei temi, possono convergere o divergere con le opinioni degli altri. Non si recupera la crisi democratica senza una assunzione piena di responsabilità del leader, insieme ad una eccezionale cessione di sovranità verso il basso e i territori da parte di quella intercapedine parassitaria costituita dalle correnti, che in questi anni hanno sequestrato la decisione ‘politica’, per trasformarla in un esercizio ginnico interno, senza alcuna emozione, passione, idea. Sono stato quattro anni fuori da tutto per non partecipare a questa mensa e alla sua conseguente divisione dei pani”.

Lei è rientrato nell’attività politica diretta dopo molti anni di assenza ed è stato comunque uno dei più votati nel collegio dell’Italia Centrale, e anche a Roma. Tuttavia nella capitale il Pd è dilaniato in lotte intestine e in rotta di collisione con la giunta guidata da Ignazio Marino. Com’è possibile che un partito che in città prende quasi il 43% dei voti si sprechi poi in una furibonda lotta di potere? Qualcuno ha commentato: e se il Pd avesse perso cosa sarebbe successo, la guerra atomica? 
“Il mio risultato è davvero eccezionale. Non ho una corrente. Né intendo promuoverla. Sono almeno quattro anni che non ho ruoli di gestione, di potere o istituzionali. Certamente ho influito con le idee e la politica. Ci mancherebbe! Questo dà fastidio ad alcuni, ma ho l’impressione che su questo si debbano rassegnare. La mia candidatura, pensavo ingenuamente, potesse essere accolta con rispetto da tutto il partito romano per la mia storia e il contributo unitario che ho offerto al Congresso. Mi sono illuso. Il partito romano da quando ho smesso di occuparmene è molto cambiato; è via via peggiorato, fino a diventare un ammasso di cordate di potere, pure macchine senz’anima. Rimangono straordinarie forze, soprattutto nei municipi. Ma non contano. In questo quadro è successa una cosa inaudita. Apertamente, basta vedere la campagna di Umberto Marroni, si è costituita una cordata politicamente spuria, per colpire la mia candidatura, del tutto tranquilla e propositiva. Si è cambiata la lista per azzoppare me. Si è aperta una competizione interna su chi sarebbe con Marino e chi invece avrebbe interpretato il vento renziano. Tranne constatare che questi ultimi in grande parte sono stati e sono i riformisti dalemian-bersaniani riuniti qualche settimana fa all’Eliseo. Ecco perché sono davvero contento della mia campagna elettorale, nella quale i consensi me li sono conquistati con dieci discorsi al giorno, accolti dalle platee con grande considerazione; perfino entusiasmo; basta chiedere. Mettere le mani in questo ginepraio non mi interessa. Ci sono persone che stimo che ci debbono provare: Cosentino e il gruppo dirigente nazionale, con Guerini. Spero che riescano, anche per aiutare Zingaretti, che è la sola certezza che mi rimane a Roma e nel Lazio e per contribuire a una svolta nel governo di Roma, da realizzare senza dar ragione alla frammentazione correntizia, ma agli interessi della città. Per quanto mi riguarda amplierò a Roma e in Italia il mio impegno per ‘Campo democratico’ e lavorerò con dedizione nel Parlamento Europeo”.

[Intervista di Carmine Fotia per il Velino]