In morte di Vladimir Il’ič

lenin3b

A Kharkiv, ieri 28 settembre 2014, è stata abbattuta la più grande statua di Lenin presente in Ucraina, durante una manifestazione nazionalista contro i rischi di un ritorno nella sfera d’influenza russa. Ripropongo un articolo che ho scritto qualche anno fa sulla morte di Vladimir Il’ič Lenin, l’uomo che più di chiunque altro aveva ed avrebbe influenzato, nel bene e nel male, la storia del ‘900.

Vladimir Il’ič morì poco prima delle sette del mattino nella sua casa di campagna di Gor’ki il 21 gennaio 1924. Oltre alla moglie, alla sorella e a due medici solo Nikolaj Bucharin, colui che Lenin stesso aveva definito “marxista con riserva”, era presente.
In verità la morte fisica dell’uomo che più di chiunque altro aveva ed avrebbe influenzato, nel bene e nel male, la storia del ‘900 era stata l’epilogo di una lunga agonia. Josef Stalin, i cui contrasti con il capo indiscusso dei bolscevichi si erano acuiti a partire dal 1920, fu sentito mormorare: “Non ha saputo nemmeno morire da vero leader!”
La prima manifestazione del grave stato di salute di Lenin si era avuta il 25 maggio 1922 con un ictus che in pratica paralizzò il lato sinistro del corpo e lo privò dell’uso della parola per qualche settimana. La crisi provocò l’acuirsi dell’altra malattia che Vladimir Il’ič si era portato appresso per gran parte della sua vita, ovvero la depressione.
Complice la moglie Kostantinovna Krupskaja, la fragilità emotiva di Lenin era stata abilmente dissimulata e tenuta nascosta sin dalla sua prima manifestazione avvenuta nel 1902, alla vigilia del trasferimento della redazione dell’Iskra da Londra a Ginevra.
Tuttavia il tema della “depressione” è tutt’altro che secondario nella produzione teorica e nella iperattività politica che caratterizzarono la sua vita. “(…) Metteva in tutto ciò che faceva – scrive Hélène Carrère d’Encausse nella biografia dedicata a “l’uomo che ha cambiato la storia del ‘900” – una tenacia ed una concentrazione assolutamente eccezionali; questa costanza in ogni sforzo che giudicava necessario gli conferiva una grande superiorità su coloro che lo circondavano, e che si mostravano spesso meno determinati. A più riprese questa caratteristica del suo carattere ebbe però anche degli effetti nefasti. Gli sforzi troppo intensi lo spossavano, logorando un sistema nervoso senza dubbio fragile”.
Le altre due crisi depressive note risalgono al 1914 ed al 1917. A ben vedere gli anni in cui si manifesta la depressione sono anche quelli in cui Lenin ne esce con scritti o decisioni importanti, per certi versi fondamentali. Nel 1903 si getta con foga nella stesura definitiva de il Che fare?, nel 1914 a seguito della spaccatura nel movimento comunista all’interno della Seconda Internazionale, matura la convinzione che il proletariato non ha nazione, nel 1917 prende la decisione di precipitare la crisi russa e di avviare un processo rivoluzionario tutt’altro che scontato in un paese economicamente arretrato come era quello governato dagli zar. Tre anni cruciali, tre crisi depressive profonde, tre ritorni all’azione con scritti teorici e decisioni fondamentali.
Le scelte intellettuali del leninismo – ha scritto Francesco Berardi (Bifo) su Liberazione del 7 novembre del 2007 – sono state così potenti perché hanno saputo interpretare l’ossessione volontaristica del maschio di fronte alla depressione.
La concezione leninista del partito (che nasce proprio nel corso della prima crisi acuta) contiene un’idea paranoica di purezza, che risente del nucleo filosofico del cristianesimo ortodosso. Lenin non ebbe mai propensioni religiose, ma nell’ambiente dell’intelligentzia di fine ottocento l’influsso dell’ortodossia è importante. In apertura del suo “Che fare?” Lenin cita una lettera di Lassalle in cui si dice che “epurandosi il partito si rafforza”. L’idea dell’epurazione non va banalizzata. Presuppone una purezza da restaurare. “La classe operaia è in grado di elaborare solo una coscienza sindacale, ma non giunge a considerarsi in alternativa a tutto il sistema, lotta sì contro il capitale ma sentendovisi legata.”
Questa impurità della classe operaia va superata, attraverso l’epurazione, perché la società si adegui infine alla sua pura idea. E solo un partito che sia portatore del Verbo, e non aggregato carnale di corpi sociali impuri, può essere il portatore di questo superamento, di questa rivoluzione
”.
La verità – come fa notare Bifo – è che la rifondazione del mondo, l’abolizione della contrapposizione dialettica tra le classi attraverso la totale emancipazione di quella più oppressa è una schematizzazione che non ha una connotazione reale. “Ci sono stratificazioni, ritorni, risacche, convivenze, estraneità. Ma non abolizioni. E l’idea di purezza, l’imposizione della volontà sull’intelligenza (depressiva) non può che preparare il collasso”.

addis-abeba-23-maggio-1991-rimozione-della-statua-di-lenin-da-lenin-square-photo-luigia-spadano
Addis Abeba 23 maggio 1991 Rimozione della statua di Lenin da Lenin Square PHOTO LUIGIA SPADANO

Sul finire del 1921 Lenin iniziò a lamentarsi con i medici messigli a disposizione dal Politburo di continui mal di testa e di una crescente spossatezza. In verità da quattro anni lavorava sedici ore al giorno, partecipando ad estenuanti riunioni, scrivendo articoli, discutendo con gli altri dirigenti del partito, prendendo decisioni difficili, per non dire drammatiche.
Quello era stato un periodo complesso conclusosi con una vittoria pagata a caro prezzo. I ribelli di Kronštadt, i contadini e gli operai che si opponevano al bolscevismo erano stati arrestati a migliaia, processati sommariamente e fucilati.
La Krupskaja, anche per nascondere la inevitabile depressione che accompagnava i sintomi fisici, definì lo stato del marito “la rabbia di Lenin” e l’attribuì alla particolare situazione di tensione politica. Dopo il primo ictus vi fu una ripresa graduale e alla fine, pur mantenendo tutti i sintomi della depressione, riprese a leggere i giornali e a frequentare con assiduità le riunioni con Stalin, Kamenev e Zinov’ev. Questa volta però c’era dell’altro, tant’è che il male non tardò a manifestarsi in tutta la sua virulenza. Nella notte del 15 dicembre 1922 subì il secondo devastante ictus.
L’acuirsi della malattia servì a Stalin per isolarlo definitivamente. Venne fatto divieto anche agli amici più intimi di frequentarlo e ad assisterlo furono lasciati, oltre ai medici, solo i famigliari stretti. Solo dopo qualche settimana Lenin riprese a dettare appunti. Le due segretarie a cui venne concesso di trascriverne i pensieri erano Nadezda Allilueva (moglie di Stalin) e Lidija Foteva, entrambe riferivano a Stalin.
È difficile stabilire quanto i frammenti dettati da Vladimir Il’ič, noti poi col nome di “testamento di Lenin” fossero frutto di lucida analisi, di ansia depressiva o di una visione offuscata della realtà. Tuttavia a tratti si riconosce ancora la disperata volontà di continuare ad esserci.
In quegli appunti affrontò tre questioni che riteneva fondamentali: il trattato che la Russia si apprestava a firmare con le regioni confinanti di etnia diversa (compresa la Georgia); il crescente potere dell’apparato del partito, largamente controllato da Stalin; la successione. Nei fatti in tutte e tre le fondamentali questioni Lenin non riesce a risolvere le contraddizioni che pure riesce ad identificare. Il giudizio che esprime su Stalin, per quanto critico, non sembra giungere ad alcuna conclusione definitiva, almeno sino al 4 gennaio 1923 quando aggiunge un breve appunto nel quale, immaginando evidentemente di parlare ai delegati dell’imminente congresso, afferma: “Stalin è troppo rozzo e questo difetto, per quanto tollerabilissimo in mezzo a noi e nel trattare tra comunisti, diventa intollerabile in un segretario generale. Per questo motivo suggerisco che i compagni pensino al modo di rimuovere Stalin (…)”.
La tensione tra Lenin e il segretario generale del partito divenne ancora più forte i primi giorni di marzo, quando il primo venne a sapere di una aggressione verbale fatta dal secondo a Kostantinovna Krupskaja per una lettera che lui aveva scritto a Trockij con l’aiuto della moglie. Ne era seguito un violento scambio di lettere che aveva fatto sprofondare Vladimir Il’ič in uno stato di depressione assoluta.
Il 6 marzo uno dei suoi medici annota: “Se ne sta lì con l’aria affranta, un’espressione di spavento, gli occhi tristi dallo sguardo interrogativo, le lacrime che gli rigano il volto. Si è agitato, ha tentato di parlare, ma le parole non gli venivano e riuscì solo a dire: ‘Oh diavolo, oh diavolo è tornato il vecchio malanno’”. Il 9 marzo giunse il terzo attacco che lo privò definitivamente della possibilità di parlare.
Un nipote, giunto a Gor’kij per trovarlo, lo trovò, qualche mese dopo “seduto sulla sedia a rotelle con addosso una camiciola estiva dal colletto aperto (…) In capo aveva un berretto vecchiotto e il braccio destro gli giaceva in modo innaturale in grembo (…) Benché io stessi proprio in mezzo alla radura, non si accorse di me”.

Abbattimento della statua di Lenin a Kiev
Abbattimento della statua di Lenin a Kharkiv

La notizia della morte venne data da Michail Kalinin il 22 gennaio ai delegati dell’undicesimo congresso del partito. Nella sala si udirono pianti e grida. In tutte le città della Russia teatri, botteghe e negozi restarono chiusi per una settimana, migliaia di contadini affrontarono spostamenti di centinaia di chilometri e temperature polari per recarsi a Gor’kij. Il feretro nel suo percorso dalla stazione Paveleckij alla sala delle Colonne del Cremlino, dove era stata allestita la camera ardente, venne accompagnato da decine di migliaia di moscoviti e, nei giorni successivi, mezzo milione di persone fece file di ore per rendergli omaggio. Nel frattempo da tutta la Russia giungevano migliaia di corone e milioni di dichiarazioni di cordoglio, firmate da collettivi operai, da reggimenti della guardia rossa, da interi equipaggi delle navi della flotta, da singoli individui. Per le strade di Mosca la gente scoppiava in lacrime senza alcuna ragione apparente e restava ferma in mezzo alla strada a singhiozzare.
I funerali si svolsero la domenica successiva il decesso, con una temperatura di 35 gradi sotto zero. La guardia d’onore, guidata da Stalin, pose il feretro su un palco di legno costruito al centro della Piazza Rossa; l’orchestra del Teatro Bol’šoj suonò la marcia funebre di Chopin, seguita dall’inno rivoluzionario “Caduto vittima” e dall’Internazionale. Per sei ore una folla immensa, stimata in sei milioni di persone, sfilò silenziosamente nella piazza.
Alle 16.00 in punto, mentre la cassa veniva posta nella cripta, in tutta la Russia le sirene delle fabbriche vennero fatte suonare per qualche minuto. Un lamento lunghissimo attraversò il paese in lungo ed in largo. Poi tutti i reggimenti dell’esercito schierati nelle piazze e nelle caserme e tutte le navi della flotta spararono dodici salve di saluto. Poco prima la radio aveva preso a ripetere un solo messaggio: “In piedi compagni! Il’ič viene deposto nella tomba”.
Quando la cerimonia ebbe termine sulla Piazza Rossa e su tutta la Russia scese un silenzio spettrale. Poi la radio lanciò un nuovo messaggio: “Lenin è morto, il leninismo vive!”
L’annunciatore aveva ragione! Il leninismo avrebbe continuato ad influire profondamente sugli eventi del mondo.
Il comunismo invece era stato seppellito il 17 agosto 1883 nel Cimitero di Highgate a Londra.

“In morte di Vladimir Il’ič” è il seguito di un’altra nota che ho pubblicato qui, su Facebook e sul mio sito qualche tempo fa e titolata: “Il funerale di Marx”.