La lista di Rosy

Rosy Bindi è una pasionaria. Crede nelle idee che professa. È una cattolica che vive la fede senza ombre. Ha subito insulti vergognosi, mantenendo un distacco ammirevole da chi la ingiuriava. Non potrei mai prendermela con lei. Un appunto però mi sento di farglielo.

La lista degli impresentabili, che non ha alcun valore legale perché è stata stilata in base ad un codice etico approvato dalla commissione parlamentare antimafia nel settembre del 2014, è uscita un po’ troppo tardi, un po’ troppo a ridosso delle elezioni. Se fossi stato nei panni di De Luca me la sarei presa, se non altro perché così mi sarei trovato ad un passo dal voto senza il tempo per replicare e spiegare.

La commissione avrebbe dovuto evitare di appioppare il marchio di impresentabile a orologeria, perché così è difficile non pensare che la politica c’entra più dell’etica. Molto di più.

Conosco poco De Luca, ma sono tra quelli che ritengono sia stato un errore candidarlo alla presidenza della regione Campania. Non tanto per il reato di cui è accusato, dal quale per altro è stato assolto in primo grado, ma perché sarebbe stato meglio dare un segnale di coerenza. Se si vuole voltare pagina la si deve voltare dappertutto. Non possono esserci eccezioni.

La commissione ha fatto un regalo al M5S e alla Lega? Temo sarà difficile affermare il contrario. Ne consegue che la lista metterà in difficoltà il Governo, perché influirà in modo non irrilevante sul risultato elettorale. Il sospetto che dietro la lista ci sia la volontà politica di far perdere qualche punto al presidente del Consiglio è legittimo.

Non me la prendo con la Bindi. Non potrei mai. Tuttavia, da qualsiasi parte si tenti di raccontarla, quella della lista degli impresentabili è una brutta storia.