La finestra (atto terzo)

Hannah è appena uscita.

La osserva dalla finestra mentre si allontana a passo svelto.Sono costretti a prendere delle precauzioni. Anzi le precauzioni sono indispensabili.

Marburgo è una cittadina di strade strette e ripide, arroccata attorno alla collina su cui si erge il castello che fu dei margravi di Turingia. Anche le strade adiacenti l’università sono impraticabili, almeno per loro. Troppi studenti vi si aggirano e se li vedessero insieme sarebbe sconveniente. Non solo per Hannah. Ne potrebbe venire fuori uno scandalo.

Il mondo è soffocato dall’inautenticità delle convenzioni borghesi. Proprio per questo hanno inventato un modo tutto loro di comunicare. Luci accese, o spente, alla finestra di lui, graffiti tracciati con il gesso sulla panchina nel parco, prediletta da entrambi.Questa volta l’incontro è avvenuto in una locanda a qualche chilometro da Morburgo. Le stanze delle locande di campagna, così pulite ed arredate con essenzialità, sono i luoghi che lui predilige.

Ha ancora tempo. Hannah impiegherà almeno venti minuti per raggiungere a piedi la fermata del tram.Si siede sull’unica sedia della stanza, di fronte ad un tavolinetto stretto, addossato alla parete. Sulla carta da lettera con l’insegna della locanda verga innanzi tutto la data, in alto a sinistra.

13 maggio 1925

«Sai tu qual è la cosa più pesante che sia dato di portare ad un essere umano? Per ogni altra cosa ci sono vie d’uscita, aiuti, confini e comprensioni, qui invece è in gioco tutto: essere in amore = essere spinti nell’esistenza».

Ripensa alla prima lettera che le ha scritto, nella quale la appellava con il Lei. Tutto sembra stare in quel passaggio inevitabile tra il Lei e il Tu. Se la ricorda a memoria.

27 febbraio 1925

«Cara signorina Arendt! Tutto deve essere semplice e chiaro e limpido tra noi. Soltanto allora saremo degni di un possibile incontro. Il fatto che lei sia una mia allieva e io il suo insegnante è solo l’occasione di quanto ci è accaduto.Io non potrò mai possederla, ma lei apparterrà d’ora innanzi alla mia vita, e la mia vita crescerà in voi […]».

Noi non sappiamo mai cosa può diventare il nostro essere per gli altri, pensa Martin Heidegger. Chissà se mentre lo pensa è consapevole del fatto che sta svicolando dalle conseguenze pratiche dell’amore? Di fronte alla sofferenza di Hannah, alimentata dalla lacerazione tra il voler continuare ad inebriarsi dell’amore per Martin e il dover sopportare il sotterfugio e dunque la rinuncia, lui la invita a vivere l’angoscia come l’inevitabile passaggio verso una autentica scoperta di sé stessa. Insomma pensa di cavarsela con la dialettica.

Martin non ha alcuna intenzione di separarsi dalla moglie Elfride, il rapporto che li lega è forte. Ma c’è dell’altro. Ammettere la violenza disgregatrice del Tu (Hannah) che irrompe nell’Io (Martin) significherebbe aprire una contraddizione, forse insanabile, nel sistema filosofico che sta elaborando.Tutta la sua filosofia si basa su l’esserci. E l’esserci è singolarità assoluta. Ognuno c’è per se stesso, ed è qualcosa di “proprio”.

La salvezza non si può trovare al di fuori del sé, perché la salvezza, il risveglio dal sonno ontico, la riscoperta dell’autenticità, lo “sguardo” al significato originario dell’esistenza, passa attraverso l’angoscia che scaturisce dall’abisso della propria finitezza. Non c’è spazio per l’irruzione del Tu nell’Io. Non c’è spazio per le conseguenze dell’amore.

Martin Heidegger controlla l’orologio. È già passata mezz’ora da quando Hannah è uscita dalla stanza nella quale si sono abbracciati, baciati, amati. Scruta attraverso la finestra. La sera sta calando lentamente.

Martin non si è mai chiesto se la realtà circostante esista davvero. Non ha i dubbi di René Descartes. Anzi pensa che chiederselo sia un’assurdità. Anche quando la luce del giorno sfuma nell’oscurità, resta convinto che il mondo esiste e “si dà” a qualsiasi soggetto sappia guardarlo, casomai il problema è proprio nello sguardo. L’essere umano ha perduto la capacità di guardare il mondo come lo guardavano gli antichi greci, e dunque si è allontanato dall’orizzonte di senso che lo “sguardo” comporta.

Non potrà mai esserci autenticità se si continua a guardare fuori attraverso una finestra con i vetri opachi. Questo pensa.

Gli sovviene alla mente il volto di Hermann. Ormai ha quasi cinque anni ed assomiglia sempre di più a suo padre. Ma non è lui il padre. Questo è il segreto che Martin ed Elfride hanno stabilito di custodire fino alla tomba. Hermann è nato dalla relazione di sua moglie con Friedel Caeser.

Il loro è un matrimonio autentico, un amore coniugale al tempo stesso libero.

Martin lo ha scritto ad Elfride.

«Non posso fare a meno di pensare, più e più volte, quanto sia scialbo, falso e sentimentale, tutto quello che si dice abitualmente del matrimonio. E che noi invece stiamo dando una forma nuova alla nostra vita – senza nemmeno un programma preciso – per il solo fatto di lasciare la strada libera, ovunque, all’autentico».

È giunto il momento di abbandonare la stanza. Mentre si alza dalla sedia un pensiero lo coglie. Martin Heidegger si chiede se sua moglie Elfride ha vissuto con Friedel lo stesso trasporto emotivo, la stessa ebbrezza erotica che lui sta vivendo con Hannah.

Ormai ha raggiunto la porta. Nel mentre la apre la domanda svanisce insieme alle atmosfere sospese della stanza.

Un ultimo sguardo alla finestra chiusa e poi solo il rumore dei suoi passi lungo il corridoio della locanda.

La finestra” è un racconto in cinque atti…